martedì 3 febbraio 2026

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Vitigni estinti o molto rari del Trentino Alto Adige

Benvenuti cari lettori di VinoDegustando!

E’ sempre un piacere incontrarvi qui, pronti a scoprire nuove storie di vigna, di territorio e di quelle uve che custodiscono l’anima più autentica del nostro patrimonio enologico.

Oggi vi porto in un angolo speciale delle nostre montagne, dove il tempo sembra scorrere più lento e dove sopravvivono vitigni così rari da sembrare piccoli tesori che raccontano secoli di tradizioni alpine, mani pazienti e memoria contadina.

Nel cuore del Trentino–Alto Adige sopravvivono vitigni così rari da sembrare reliquie vive, frammenti preziosi di una memoria agricola che rischiava di svanire. Sono uve che raccontano secoli di vita alpina, di pergole antiche, di vignaioli ostinati e di territori che non hanno mai smesso di proteggere la loro identità. Tra questi spiccano quattro varietà straordinarie:
Blatterle
e Versoaln, due bianchi antichi e luminosi, e Corbera e Rossara, due rossi sottili e delicati, oggi salvati da pochi custodi appassionati. Questi vitigni non sono solo curiosità botaniche, ma veri simboli di biodiversità, cultura e resilienza.

Il Blatterle è uno dei vitigni bianchi più antichi dell’Alto Adige, è oggi ridotto a poco più di un ettaro e mezzo. È una varietà fragile, rara, quasi segreta, originaria della Valle Isarco e della zona di Bolzano. Il suo nome deriva dal dialetto tirolese e significa “piccola foglia”, anche se alcuni lo collegano alla forma appiattita delle sue bacche. Il vino che ne nasce è leggero, fresco, agile, con una acidità vivace e profumi di mela verde, fiori bianchi e tocchi di frutta esotica. Non essendo inserito nei disciplinari DOC, spesso deve essere venduto come semplice “Vino Bianco”, e alcuni produttori hanno scelto di giocare con abbreviazioni creative per aggirare i limiti burocratici. Il suo destino è legato a pochi vignaioli coraggiosi: Nusserhof, che lo coltiva in un minuscolo vigneto urbano a Bolzano; Tenuta Rielinger, che ne produce anche una rara versione spumantizzata; e Alois Lageder, che lo ha inserito nel progetto “Le Comete”, dedicato alla tutela delle varietà storiche.

Accanto al Blatterle troviamo il Versoaln, un vitigno bianco che non è solo raro, è una vera leggenda. La vite più famosa, custodita presso Castel Katzenzunge a Prissiano, ha oltre 350 anni ed è considerata una delle più antiche e grandi d’Europa. La sua chioma copre quasi 300 metri quadrati, sostenuta da una pergola storica documentata già nel Seicento. Il nome potrebbe derivare dal termine dialettale “vursala”, che indicava il trasporto dell’uva a spalla, oppure dalla posizione dei vigneti sui pendii ripidi. Le uve sono piccole e compatte, e il vino che se ne ricava è una vera reliquia: giallo verdolino, fresco, citrino, con note di mela verde e sambuco. La produzione è limitatissima, tra 300 e 500 bottiglie l’anno, gestite dai Giardini di Castel Trauttmansdorff e dal Centro Laimburg. Ogni bottiglia è numerata e certificata, un frammento di storia liquida destinato a pochi fortunati.

Passando ai rossi, il Corbera è un vitigno quasi scomparso, un tempo diffuso nella Valle dell’Adige e oggi salvato grazie al lavoro della Fondazione Edmund Mach. Il nome sembra derivare dalla “corba”, il cesto usato per la vendemmia. Il grappolo è compatto, con acini dalla buccia spessa e pruinosa. Il vino è rubino tenue, con profumi di frutti rossi selvatici e leggere note speziate. In bocca è fresco, agile, con tannini moderati, e in passato veniva usato per dare vivacità ai tagli locali. Oggi sopravvive solo in micro-vinificazioni sperimentali, piccole gemme prodotte da vignaioli che credono nella memoria rurale.

Chiude questo viaggio la Rossara, un rosso pallido e gentile, un tempo pilastro della Piana Rotaliana e oggi ridotto a pochi ettari. Le sue bucce hanno una scarsa capacità colorante, e il vino assume tonalità cerasuolo o rubino chiarissimo. Al naso emergono fragolina, lampone e viola; al palato è leggero, fresco, quasi setoso, con tannini minimi. In passato veniva usata per ammorbidire il Teroldego, ma l’arrivo dei rossi più strutturati l’ha quasi cancellata. Oggi è custodita da Cantina Zeni, che la vinifica in purezza, e dalla Fondazione Mach, che la tutela nei campi catalogo. È il vino ideale per chi ama rossi sottili, da servire freschi con salumi locali o canederli in brodo.

Questi quattro vitigni non sono solo uve rare: sono storie vive, radici profonde, identità che resistono. Sono il Trentino–Alto Adige più autentico, quello che non si piega alle mode e continua a proteggere la sua anima più antica.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.

sabato 31 gennaio 2026

Alta Langa D.O.C.G. Extra Brut Bianco 2021 - Mario Torelli

Buongiorno e buon weekend a voi, cari lettori di VinoDegustando!

Come ogni sabato torno a raccontarvi un vino che ho avuto il piacere di assaggiare durante i miei tour tra vigne, colline e cantine. Oggi il protagonista è uno Spumante Alta Langa DOCG Extra Brut 2021 dell’Azienda Mario Torelli, una realtà storica e virtuosa della Langa Astigiana, guidata con passione da Gianfranco Torelli.

Ho scoperto questo Metodo Classico durante il mio tour eno‑ciclistico di agosto 2025, un viaggio tra colline, boschi e borghi che custodiscono la vera anima del Piemonte. Tra una salita e l’altra, questo calice ha saputo regalarmi una pausa di pura armonia.

L’Alta Langa DOCG è la denominazione che rappresenta il Metodo Classico del Piemonte. Le sue radici affondano nella metà del XIX secolo, quando nelle storiche cantine di Canelli si iniziò a produrre spumante con la rifermentazione in bottiglia. Oggi la denominazione è riservata esclusivamente a spumanti millesimati, prodotti con uve raccolte in una sola vendemmia e provenienti da un’area che comprende le province di Cuneo, Asti e Alessandria. Il territorio è un mosaico di colline alte, suoli ricchi di marne e sabbie, clima fresco e ventilato: un ambiente ideale per dare vita a bollicine fini, eleganti e longeve.

L’Azienda Mario Torelli è una delle realtà più coerenti e autentiche della zona. Tutti i vini sono certificati BIO, frutto di vigne curate con rispetto e visione. Le parcelle dedicate all’Alta Langa si trovano a Bubbio, in Langa Astigiana, a circa 350 metri di altitudine, dove l’escursione termica dona profumi nitidi e freschezza naturale.

La vendemmia 2021 è stata gestita con grande cura. Una parte del vino è stata sboccata nell’aprile 2025, dopo 32 mesi sui lieviti. Un’altra parte, invece, è rimasta “sur lie” e vi resterà fino a 60 mesi, per diventare Riserva: una scelta che conferma la volontà di puntare su qualità e profondità.

L’Extra Brut Bianco 2021 nasce da un taglio classico e ben bilanciato:

  • 70% Pinot Nero, che dona struttura, tensione e verticalità

  • 30% Chardonnay, che porta finezza, grazia e rotondità.

La sosta sui lieviti supera i 30 mesi e il dosaggio Extra Brut, con 4–5 g/l di zucchero, permette al vino di esprimere tutta la sua identità senza maschere.

Ma ora a lui la parola:

Alla vista è color giallo paglierino dorato, luminoso e brillante. Il perlage è fine, fitto e continuo, segno di una lunga maturazione sui lieviti e di una presa di spuma ben eseguita.

Il profilo aromatico è intenso ed elegante. Si apre con note floreali di glicine, seguite da richiami agrumati di bergamotto e cedro. Emergono poi sfumature speziate di zenzero, tocchi minerali e un finale balsamico che richiama salvia ed erbe di collina. Un naso ricco, pulito e molto armonico.

Al palato è fresco, sapido, glicerico e molto equilibrato. La corrispondenza con il naso è impeccabile: ritorni agrumati, mineralità viva e una chiusura balsamica che dona una sensazione di pulizia e freschezza. La persistenza è lunga, fine, elegante. Un Metodo Classico che colpisce per precisione e stile.

Questo Alta Langa Extra Brut è perfetto:

  • come aperitivo elegante

  • con pesce importante, come cernia o dentice al forno

  • con carni bianche delicate o arrosto

La sua freschezza e la sua struttura lo rendono un compagno ideale per una cucina pulita, mediterranea e ben bilanciata.

Complimentissimi a Gianfranco Torelli per questo Metodo Classico di grande finezza e coerenza che racconta territorio, cura, tecnica e passione. Un calice che invita a un nuovo sorso e che rappresenta al meglio lo stile dell’Alta Langa.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.



giovedì 29 gennaio 2026

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Affinamento sulle fecce , batonage, autolisi e impatto aromatico

Benvenuti su VinoDegustando, lo spazio dove il vino si racconta con passione e chiarezza. Qui ogni tema diventa un piccolo viaggio nel gusto e nella conoscenza. Buona lettura!

Oggi vi parlerò di un argomento molto tecnico e attuale dell'enologia moderna: Affinamento sulle fecce, batonage, autolisi e impatto aromatico.

L’affinamento sulle fecce è una tecnica enologica raffinata, utilizzata per migliorare la qualità sensoriale e la stabilità dei vini, soprattutto bianchi e spumanti. Si basa sul contatto prolungato tra il vino e le fecce fini, ovvero i residui di lieviti e particelle solide che si depositano dopo la fermentazione alcolica. Questa pratica, se ben gestita, può trasformare un vino semplice in un prodotto complesso, elegante e longevo.

Cos’è l’affinamento sulle fecce?

Le fecce fini sono composte principalmente da cellule di lievito morte, frammenti di bucce e sostanze colloidali. Dopo la fermentazione, il vino può essere lasciato in contatto con queste particelle per settimane o mesi, evitando il travaso immediato. Il processo avviene in contenitori di acciaio, cemento, vetroresina o legno, a seconda dello stile desiderato.

Questa tecnica ha un effetto riduttivo, cioè protegge il vino dall’ossigeno, favorendo la stabilità aromatica e la resistenza all’ossidazione. È molto apprezzata per:

  • aumentare la complessità aromatica
  • migliorare la struttura e la rotondità
  • prolungare la vita del vino in bottiglia

Batonage: il rimescolamento delle fecce

Il batonage è la pratica di rimescolare le fecce fini nel vino, solitamente con una bacchetta o un’asta. Questo movimento riattiva il contatto tra vino e lieviti, favorendo l’estrazione di composti aromatici e testurizzanti. Il batonage può essere effettuato manualmente o meccanicamente, con frequenza variabile: da settimanale a mensile, in base al tipo di vino e alla filosofia del produttore.

I principali benefici del batonage sono:

  • maggiore volume e morbidezza al palato
  • riduzione del rischio di odori di riduzione
  • incremento della finezza gustativa

Nei vini bianchi, il batonage può donare una sensazione cremosa e una struttura più piena, mentre nei rossi giovani può attenuare l’astringenza e armonizzare i tannini.

Autolisi: il rilascio dei composti nobili

Durante l’affinamento, le cellule di lievito vanno incontro a autolisi, cioè si degradano spontaneamente rilasciando sostanze preziose per il vino. Questo processo può durare da pochi mesi fino a oltre un anno, a seconda delle condizioni di temperatura, pH e contenitore.

I principali composti rilasciati sono:

  • mannoproteine: migliorano la sensazione tattile e la stabilità colloidale
  • peptidi e aminoacidi: arricchiscono il gusto e la complessità
  • glutatione e steroli: proteggono il vino dall’ossidazione

L’autolisi è particolarmente importante nei vini spumanti metodo classico, dove il contatto prolungato con i lieviti in bottiglia è essenziale per lo sviluppo di aromi terziari e per la finezza della bollicina.

Impatto aromatico e sensoriale

Il contatto con le fecce modifica profondamente il profilo aromatico del vino. I profumi evolvono da semplici note fruttate a sentori più complessi e stratificati:

  • note di lievito, pane tostato, brioche
  • sfumature di nocciola, burro, crema
  • sensazioni minerali e salmastre
  • note floreali e agrumate più persistenti

Al palato, il vino risulta più rotondo, con una maggiore persistenza e una sensazione tattile più morbida. L’acidità viene bilanciata dalla struttura, e il finale si allunga con eleganza.

L'affinamento sulle fecce è quindi un atto di pazienza enologica e attraverso l'autolisi e il sapiente uso del bâtonnage, il produttore non sta solo conservando il vino, ma lo sta nutrendo. Il risultato è un calice che racconta una storia di profondità, equilibrio e longevità, caratteristiche che distinguono un vino corretto da un'opera d'arte liquida.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.

martedì 27 gennaio 2026

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Vitigni estinti o molto rari della Sicilia

Ciao e bentornati su VinoDegustando!

In questa nuova puntata della Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando, vi  accompagnerò in viaggio dentro la Sicilia più segreta, quella che vive nei vigneti antichi, nei terrazzamenti delle isole, nei suoli sabbiosi del Trapanese e nelle colline dei Nebrodi. Qui sopravvivono vitigni rari, quasi estinti, che raccontano la storia profonda dell’isola. In questo articolo vi parlerò di cinque uve preziose, salvate da vignaioli coraggiosi e oggi simbolo della biodiversità siciliana.

Inzolia Nera – Sicilia Occidentale (Marsala, Menfi)

L’Inzolia Nera è un vitigno rosso antico della Sicilia occidentale, meno noto della versione bianca ma ricco di identità. Non è una mutazione dell’Inzolia Bianca: studi genetici mostrano un incrocio spontaneo tra Sangiovese e un vitigno ignoto. Le prime citazioni risalgono al 1696, mentre nel XIX secolo veniva descritta come uva fine e dal mosto elegante.

Il grappolo è medio, conico o cilindrico, spesso alato. L’acino è scuro, ellissoidale, con polpa soda. La pianta è vigorosa e matura tardi. Il vino ha colore tenue, profumi speziati e vegetali, struttura lieve e un finale amarognolo. Oggi è oggetto di recupero tra Marsala e Menfi, dove alcuni produttori stanno riportando alla luce questo raro vitigno autoctono.

Corinto Nero – Isole Eolie (Lipari, Salina)

Il Corinto Nero è il simbolo enologico delle Isole Eolie, in particolare di Lipari. Ha origini greche e arrivò in Sicilia con i coloni dell’antica Corinto. A Lipari alcuni ceppi secolari sono sopravvissuti alla fillossera grazie ai terreni sabbiosi e vulcanici, restando su piede franco.

Una sua caratteristica unica è l’apirinia: gli acini sono piccoli e privi di semi. Per questo veniva usato anche per la celebre passolina di Lipari. Il grappolo è piccolo e compatto, con buccia sottile blu-nera.

Nel vino dona colore e profondità alla Malvasia delle Lipari DOC, dove entra in piccola quota. Vinificato in purezza, spesso come IGP Salina, dà rossi rubino chiaro, con note di lampone, ciliegia, pepe nero e una marcata impronta minerale vulcanica, tipica dei suoli eoliani.

Oriddu – Sicilia Occidentale e Siracusano

L’Oriddu è uno dei vitigni reliquia a bacca nera, più rari della Sicilia. È stato salvato grazie ai progetti di recupero del germoplasma viticolo condotti dall’IRVOS e dalla Regione Siciliana. È stato ritrovato in vecchi vigneti misti della Sicilia occidentale e del siracusano, spesso come vite isolata. Dal 2014 è iscritto al Registro Nazionale, ma resta coltivato in pochissimi ettari sperimentali.

Il grappolo è medio, conico o piramidale, piuttosto spargolo. L’acino è blu-nero, pruinosa, di media consistenza. Matura nella seconda metà di settembre.

Le micro-vinificazioni mostrano un vino rubino vivo, con profumi di lampone, ciliegia, violetta e leggere spezie. In bocca è fresco, agile, con tannini morbidi e una bevibilità moderna, in linea con la tendenza verso rossi più leggeri. È raro trovarlo in purezza: spesso viene usato in blend per dare freschezza aromatica.

Albanello – Sud-Est Sicilia (Siracusa, Ragusa, Vittoria, Noto)

L’Albanello è un antico vitigno bianco del sud-est siciliano, un tempo centrale tra Siracusa e Ragusa. Le prime citazioni scritte risalgono al XVIII secolo. Era il compagno bianco del Cerasuolo di Vittoria. Dopo la fillossera rischiò l’estinzione per la sua coltivazione difficile. Oggi vive una rinascita grazie a vignaioli di Vittoria e Noto.

Il grappolo è medio, compatto, spesso alato. L’acino è giallo dorato o ambrato. Matura tardi e accumula molti zuccheri mantenendo buona acidità.

In versione secca dà vini ricchi, giallo carico, con note di frutta gialla, mandorla e fieno. In versione dolce, grazie all’appassimento, offre aromi di miele, datteri e albicocca. È uno dei pochi bianchi siciliani con grande capacità di invecchiamento. Storicamente era noto come “vino dei Lord”.

Recunu – Sicilia Nord-Orientale (Messina, Nebrodi, Peloritani)

Il Recunu è un vitigno bianco rarissimo, legato ai territori dei Nebrodi e dei Peloritani, nella provincia di Messina. Sopravvisse solo in vecchi vigneti familiari fino ai progetti di recupero dell’IRVOS, che lo hanno portato nel Registro Nazionale nel 2014.

Il grappolo è medio, conico, spesso alato. L’acino è verde-giallo, pruinosa, di buona consistenza. La pianta è vigorosa e si adatta bene ai terreni poveri e ventilati delle zone tirreniche.

Il vino ha acidità alta, freschezza viva, profumi di fiori bianchi, agrumi e una forte impronta minerale. In bocca è sapido, teso e versatile. Oggi è vinificato in purezza da pochi produttori o usato in blend per dare energia aromatica.

Buone degustazioni a tutti!

 D.B.

domenica 25 gennaio 2026

Franciacorta P.R. Brut s.a. - Monte Rossa

Buongiorno e buon we a tutti i wine lovers! Benvenuti su VinoDegustando!

Per il vino di oggi ho deciso di portarvi in una delle zone più celebri dell’intero panorama vitivinicolo lombardo: la Franciacorta, terra di bollicine e di vigneti che raccontano storia, tecnica e passione.

Il vino in questione è il Franciacorta P.R. Brut s.a. prodotto da Monte Rossa.

Il P.R. di Monte Rossa nasce come un omaggio, prima ancora che come un vino. Un tributo ai 35 anni di attività della storica cantina franciacortina e, soprattutto, alle due figure che ne hanno scritto la visione: Paola Rovetta, pioniera assoluta del metodo classico in Franciacorta fin dagli anni Settanta, e Paolo Rabotti, promotore instancabile del territorio, fondatore del Consorzio Franciacorta e suo primo presidente. Le loro iniziali, P.R., diventano così un simbolo di gratitudine e continuità, un sigillo che racconta l’identità profonda dell’azienda.

Il cuore del P.R. è uno Chardonnay in purezza, costruito con rigore e sensibilità. La cuvée nasce infatti da un 65% di Chardonnay proveniente dai migliori cru aziendali e da un 35% di vino di riserva, selezionato per dare complessità, equilibrio e profondità aromatica. I 22 cru che compongono il mosaico produttivo di Monte Rossa si estendono su 78 ettari distribuiti strategicamente sulle colline moreniche della Franciacorta, nei comuni di Bornato, Brescia, Cazzago San Martino, Passirano, Adro, Iseo e Rodengo Saiano. Un patrimonio viticolo variegato, modellato da suoli glaciali, con inserti sabbiosi e argillosi che aggiungono sfumature minerali e tensione gustativa.

I vigneti sono allevati a spalliera, con potature Guyot e Cordone speronato, scelte che permettono di gestire al meglio vigoria, equilibrio vegeto‑produttivo e qualità del frutto. La densità d’impianto è di 5.000 ceppi per ettaro, mentre l’età media delle viti si attesta intorno ai 18 anni, un periodo ideale per ottenere uve mature, concentrate e capaci di esprimere il carattere del territorio.

La resa è contenuta entro i 95 quintali per ettaro, e la raccolta manuale in cassette garantisce integrità e selezione accurata dei grappoli. La pressatura è soffice, con estrazione della sola frazione più fine del mosto, pari a non oltre il 55% della resa: una scelta che privilegia eleganza, purezza aromatica e precisione gustativa. Ogni cru viene vinificato separatamente, così da preservare le peculiarità di ciascun vigneto e costruire, in fase di assemblaggio, un equilibrio armonico e complesso.

La fermentazione avviene in tini d’acciaio e in botti di rovere, un dialogo tra freschezza e struttura che definisce lo stile Monte Rossa. Il percorso si completa con un affinamento sui lieviti di oltre 24 mesi, tempo necessario per sviluppare finezza, cremosità e quella profondità aromatica che rende il P.R. un Franciacorta di grande personalità.

Più che una cuvée celebrativa, il P.R. parla di storia, di territorio, di scelte agronomiche e stilistiche che hanno segnato la Franciacorta moderna. Un vino che porta nel calice l’eredità dei suoi fondatori e la visione di una cantina che continua a innovare senza mai tradire le proprie radici.

Ma ora assaggiamolo:

Alla vista si presenta con un paglierino pallido luminoso, attraversato da riflessi verdolini che ne sottolineano la freschezza. Il perlage è abbondante e fine, vivace nel calice e capace di dare subito un senso di energia.

Il profilo olfattivo è elegante e intenso, costruito su una trama aromatica precisa e stratificata. Si apre con note agrumate di bergamotto e lime, fresche e vibranti, seguite da un cuore floreale di robinia e biancospino. Emergono poi sfumature erbacee di fieno, accenti speziati di pepe bianco e zenzero, e una chiusura che richiama mineralità e balsamicità, a completare un bouquet complesso e raffinato.

In bocca è freschissimo, teso e sapido, perfettamente coerente con quanto percepito al naso. L’acidità, piuttosto marcata e amplificata dalle note verdi, mette leggermente alla prova l’armonia complessiva. La persistenza è notevole, con un finale che ritorna deciso sulle sensazioni agrumate e balsamiche, con un accenno di mandorla, lasciando una scia pulita e vibrante.

Il Franciacorta P.R. Brut, si gusta bene come aperitivo, o abbinato a piatti di pesce cucinati elegantemente in maniera semplice come ad esempio all'acqua pazza, rispettando le caratteristiche del pesce.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.


venerdì 23 gennaio 2026

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Microterroir - perché due filari identici danno vini diversi

Bentortati affezionati di amici VinoDegustando!

Il mondo del vino ama le grandi storie: territori iconici, vitigni nobili, annate memorabili. Ma spesso la verità più affascinante si nasconde in dettagli minuscoli, quasi invisibili. È il caso del microterroir, un concetto che spiega perché due filari identici, piantati nello stesso vigneto, con lo stesso vitigno e la stessa gestione agronomica, possano dare vini diversi. Non è magia, e non è un mito romantico: è scienza, natura e sensibilità del vignaiolo. Capire il microterroir significa entrare nel cuore più profondo della viticoltura moderna.

Cos’è davvero il microterroir

Il terroir è l’insieme di suolo, clima, vitigno e intervento umano. Il microterroir è la sua versione più fine, più precisa, più intima. Si parla di microterroir quando si analizzano variazioni minime all’interno della stessa parcella: pochi metri, a volte pochi centimetri, che cambiano il modo in cui la vite cresce, matura e si esprime nel vino.

Il microterroir è fatto di:

  • micro-differenze nel suolo
  • piccole variazioni di pendenza
  • ombre, correnti d’aria, riflessi di luce
  • differenze di umidità
  • microfauna e microbioma del terreno
  • gestione del suolo e del fogliame

Ogni fattore è minuscolo, ma la somma crea un profilo unico.

Il suolo:

Anche in un vigneto omogeneo, il suolo non è mai davvero uniforme. Due filari vicini possono avere:

  • più argilla in un punto
  • più sabbia in un altro
  • un livello diverso di scheletro
  • una profondità variabile dello strato fertile
  • radici che incontrano pietre, vene calcaree o zone più compatte

Queste differenze cambiano:

  • la ritenzione idrica
  • la temperatura del suolo
  • la velocità di maturazione
  • la concentrazione aromatica

Un filare può dare uve più ricche e tanniche, l’altro più fresche e leggere. Stesso vitigno, stesso vigneto, vino diverso.

Luce e calore:

La luce non cade mai in modo perfettamente uniforme. Un filare può ricevere:

  • più sole al mattino
  • più ombra nel pomeriggio
  • un riflesso da un muro o da un terreno chiaro
  • una brezza costante che asciuga prima la rugiada

Questi dettagli influenzano:

  • fotosintesi
  • maturazione fenolica
  • spessore della buccia
  • sviluppo degli aromi

Un grappolo più esposto avrà bucce più spesse e tannini più marcati. Uno più ombreggiato sarà più fresco, più delicato, più acido.

Acqua e umidità:

L’acqua è uno dei fattori più sensibili. Anche una piccola differenza nella pendenza del terreno può cambiare:

  • drenaggio
  • stress idrico
  • vigoria
  • dimensione degli acini

Un filare che trattiene più acqua produce uve più grandi e succose. Un filare più asciutto concentra zuccheri, aromi e tannini. Il vino cambia, anche se tutto il resto sembra identico.

Microbioma del suolo:

Il terreno è vivo. Ogni metro ospita una comunità diversa di:

  • batteri
  • funghi
  • lieviti
  • micorrize

Questi organismi influenzano:

  • assorbimento dei nutrienti
  • resistenza della vite
  • aromi primari e secondari
  • fermentazioni spontanee

Due filari possono avere microbiomi diversi e quindi vini diversi. È un universo invisibile, ma potentissimo.

Piccoli gesti, grandi effetti:

Anche la mano del vignaiolo crea microterroir. Piccole differenze nella gestione possono cambiare tutto:

  • potatura leggermente diversa
  • sfogliatura più o meno intensa
  • un passaggio di trattore che compatta il suolo
  • un ritardo di un giorno nella vendemmia

La vite reagisce a ogni gesto. E il vino racconta ogni dettaglio.

Perché il microterroir interessa così tanto oggi

Il mercato del vino premia:

  • autenticità
  • identità territoriale
  • unicità
  • trasparenza

Il microterroir permette di:

  • valorizzare piccole parcelle
  • creare microvinificazioni
  • raccontare storie vere
  • produrre vini più complessi e profondi

È la risposta artigianale alla standardizzazione globale.

Microvinificazioni:

Sempre più cantine vinificano separatamente:

  • singoli filari
  • singole parcelle
  • singole esposizioni

Questo permette di:

  • capire il potenziale di ogni microzona
  • creare cuvée più precise
  • valorizzare differenze naturali
  • produrre etichette da collezione

Il microterroir diventa così uno strumento di ricerca e di stile e ci ricorda che il vino non è mai un prodotto industriale. È un organismo vivo, sensibile, mutevole. Due filari identici non daranno mai lo stesso vino perché la natura non è mai identica. Ogni metro di vigneto è un mondo, ogni grappolo una storia, ogni vino un racconto irripetibile.

Buone Degustazioni a tutti!

D.B.


martedì 20 gennaio 2026

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Vitigni estinti o molto rari della Puglia

Buongiorno e bentornati amici di VinoDegustando!

La Puglia custodisce vitigni celebri e uve quasi scomparse, sopravvissute in vecchie vigne o recuperate da agronomi e piccoli produttori. Con la rubrica “Approfondimenti Tecnici” di VinoDegustando esploriamo alcuni di questi vitigni rarissimi, frammenti di storia che raccontano identità, territorio e biodiversità pugliese.

1) Uva di Troia Bianca:

è uno dei vitigni a bacca bianca più rari e affascinanti della Puglia, un’antica varietà quasi scomparsa che oggi sopravvive in piccole parcelle nel Nord della regione, soprattutto tra Lucera, Troia, Bovino e il Subappennino Dauno. Da non confondere con il più noto Nero di Troia, questa “bianca” è un biotipo distinto, storicamente coltivato nelle campagne della Daunia e oggi al centro di importanti progetti di recupero. Le sue bacche bianche sono piccole, con buccia sottile e buona acidità naturale, mentre il grappolo è compatto e regolare. Vitigno rustico e resistente alla siccità, matura tra fine settembre e inizio ottobre.

Dal punto di vista enologico dà vita a vini freschi, floreali e fruttati, con note di biancospino, camomilla, pera e mela, accompagnate da sfumature minerali e un finale sapido. Ideale per vinificazioni in purezza o in blend, rappresenta una vera gemma per chi cerca biodiversità viticola e varietà autoctone da valorizzare.

2) Pampanuto Storico:

 è un affascinante vitigno autoctono pugliese a bacca bianca, oggi riscoperto e valorizzato dopo decenni di quasi totale abbandono. Diffuso soprattutto nell’area di Bari, tra Gioia del Colle, Acquaviva delle Fonti e Adelfia, rappresenta una delle varietà più autentiche della tradizione contadina locale. Documentato già nell’Ottocento, veniva coltivato in piccoli appezzamenti familiari e utilizzato per dare freschezza e bevibilità ai vini della zona. Le sue caratteristiche ampelografiche lo rendono unico: bacca bianca medio-piccola, buccia sottile, grappolo compatto e una naturale acidità che si mantiene anche a maturazione avanzata. Vitigno rustico e resistente alla siccità, matura tra fine settembre e inizio ottobre, conservando una sorprendente freschezza anche nelle annate più calde.

Dal punto di vista enologico offre vini floreali, fruttati, con note erbacee e sfumature minerali, freschi e sapidi al palato. Ideale in purezza o in blend, è oggi un simbolo di biodiversità viticola e di identità territoriale pugliese.

3) Greco Nero di Puglia:

è un vitigno a bacca nera antico e rarissimo, un’autentica reliquia della Capitanata, coltivato in piccole parcelle tra Lucera, Troia, Bovino e il Subappennino Dauno. Sopravvissuto grazie alla cura di famiglie contadine e oggi al centro di progetti di recupero, rappresenta una delle espressioni più autentiche della biodiversità viticola pugliese. Non va confuso con il Greco Nero calabrese né con il Greco Bianco: questo è un biotipo pugliese distinto, con caratteristiche uniche. Le sue bacche nere, piccole e dalla buccia spessa, danno vita a vini intensi e territoriali. Al naso emergono amarena, prugna, mora e ribes, con spezie dolci e note balsamiche. Al palato offre struttura, tannini fini e un finale caldo e speziato.

Tradizionalmente usato come vitigno da taglio, oggi vive una nuova stagione grazie a micro-cantine che lo vinificano in purezza, ottenendo rossi eleganti, gastronomici e profondamente identitari. Un vitigno da riscoprire per chi cerca autenticità e storia nel calice.

4) Ottavianello:

è uno dei vitigni più affascinanti della Puglia, un’uva a bacca nera storicamente coltivata tra Ostuni, l’Alto Salento e alcune piccole parcelle del Barese. Pur essendo oggi considerato un vitigno autoctono pugliese, ha origini francesi: corrisponde infatti al Cinsault, varietà tipica del Sud della Francia e della Valle del Rodano. Arrivato in Puglia nell’Ottocento, ha trovato nel clima caldo e ventilato dell’Adriatico un habitat ideale, radicandosi profondamente nella tradizione locale e diventando il simbolo della DOC OstuniLe sue bacche medio-piccole e la buccia sottile danno vita a vini profumati e mediterranei. Al naso emergono ciliegia, fragolina, lampone, rosa e violetta, con leggere spezie dolci. Al palato l’Ottavianello è fresco, elegante, scorrevole, con tannini morbidi e acidità vivace.

Perfetto in purezza o in blend, offre rossi leggeri e rosati fragranti, ideali per chi cerca vini moderni, territoriali e ricchi di identità. Un vitigno da riscoprire per chi
ama la biodiversità pugliese.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.

sabato 17 gennaio 2026

Piemonte D.O.C. Pinot Nero " Bricco del Falco" 2011 - Isolabella della Croce

Buongiorno e buon weekend a tutti voi, amici appassionati di vino e affezionati lettori di VinoDegustando.

Oggi vi porto di nuovo tra le colline Astigiane nella Cantina Isolabella della Croce, una realtà che seguo sempre con grande piacere e che, ogni volta, riesce a regalare emozioni nuove. Qui lavora l’amico Andrea Elegir, enologo attento e sensibile, capace di dare forma a vini che parlano di territorio, tecnica e passione. Ogni sua etichetta è un racconto, un piccolo mondo che prende vita nel calice, e quella di oggi merita davvero spazio e attenzione: il Piemonte D.O.C. Pinot Nero “Bricco del Falco” 2011.

Il “Bricco del Falco” è un Pinot Nero in purezza, frutto di una selezione attenta e di una gestione della vigna che punta alla piena maturazione del frutto. Le uve vengono raccolte a mano, diraspate e pigiate con delicatezza per preservare ogni sfumatura del vitigno. La prima fase della fermentazione avviene in vinificatori orizzontali, a temperatura controllata tra 24° e 26°C, con follature lente e misurate per estrarre solo ciò che serve. Quando il mosto raggiunge i 7–8 gradi alcolici, viene svinato e diviso in due percorsi distinti: una parte passa nel tino Vinooxygen, dove completa la fermentazione alcolica, svolge la malolattica e avvia la fase di affinamento; l’altra parte resta in acciaio fino al termine delle fermentazioni, per poi essere trasferita in barriques e tonneaux, così da arricchire ulteriormente il profilo del vino.

Un processo lungo, paziente, che permette al vino di sviluppare struttura, finezza e una complessità aromatica rara, frutto di scelte tecniche ponderate e di una visione chiara.

Nel calice il “Bricco del Falco” si presenta con un rosso granato fitto e luminoso, segno di un’evoluzione elegante e ben gestita. Il colore, profondo ma vivo, anticipa un vino ricco di sfumature e pronto a raccontare la sua storia con calma e precisione.

Il naso è intenso, elegante, austero e balsamico. Il bouquet è ampio e si apre con note fruttate di marasca sotto spirito e prugna disidratata. Seguono sentori speziati di noce moscata, pepe nero e chiodi di garofano, che si intrecciano con richiami dolci di vaniglia. La parte più profonda del profilo olfattivo richiama il sottobosco, con humus, foglie secche e bacche di sambuco. Poi emergono toni più scuri e avvolgenti: tabacco, cioccolato, cuoio. Il finale del bouquet è segnato da una chiara impronta minerale, con grafite e un lieve e iniziale accenno di goudron, tipico dei Pinot Nero più maturi e complessi, che aggiunge un tocco di fascino e profondità.

Un naso ricco, stratificato, che evolve nel tempo e invita a tornare più volte sul calice per cogliere ogni dettaglio.

In bocca il vino è freschissimo, sapido, balsamico e verticale. La struttura è piena, il corpo è imponente ma sempre elegante, sostenuto da tannini nobili e setosi ancora in evoluzione. La corrispondenza naso-bocca è impeccabile: ritornano le note fruttate, le spezie, la parte terrosa e la mineralità che chiude il sorso. La persistenza è lunga, pulita, con un finale che unisce balsamicità e mineralità, lasciando una scia fine e profonda che invita a un nuovo assaggio.

Un vino che mostra grande equilibrio e un
potenziale evolutivo ancora molto ampio. Una bottiglia che oggi emoziona, ma che nei prossimi anni potrà esprimere ancora più sfumature, ampliando il suo ventaglio aromatico e la sua eleganza naturale. Il “Bricco del Falco” si abbina in modo ideale a piatti di carne, ricchi di sapore, come carne alla brace, arrosti importanti o piatti di selvaggina. La sua struttura e la sua complessità lo rendono perfetto per accompagnare cene intense e conviviali, dove il vino diventa parte del dialogo e della serata.

Un grande lavoro, Andrea. Chapeau!!!

Il “Bricco del Falco” è un Pinot Nero che merita attenzione, tempo e rispetto. Un vino che racconta il Piemonte con voce chiara e profonda, senza forzature, con la naturalezza di chi sa da dove viene e dove vuole arrivare.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.