sabato 21 febbraio 2026

Rubrica "Approfondimenti Storici" di VinoDegustando: Come si beveva il vino nel Medioevo e nel Rinascimento

Appassionati della cultura del vino, buongiorno e ben ritrovati su VinoDegustando!

L'articolo di oggi voglio dedicarlo ad un aspetto storico culturale del vino, che appassionerà certamente numerosi affezionati lettori di questo blog: Come si beveva il vino nel Medioevo e nel Rinascimento.

Il vino medievale non era solo una bevanda: rappresentava un elemento centrale nella vita quotidiana, nella spiritualità e nell’economia. Nel Medioevo, il consumo di vino era diffuso in tutte le classi sociali, ma con modalità, qualità e significati molto diversi rispetto all’epoca moderna. Dopo la caduta dell’Impero Romano, la viticoltura subì un forte declino, ma fu salvata e tramandata grazie ai monasteri, veri custodi della cultura agricola e della vinificazione.

Durante l’Alto Medioevo, il vino veniva prodotto in ambito locale, spesso all’interno di abbazie e conventi. I monaci non solo coltivavano la vite, ma affinavano le tecniche di fermentazione e conservazione. Il vino era indispensabile per la celebrazione della messa, dove assumeva un forte valore simbolico come rappresentazione del sangue di Cristo. Questo legame tra vino e religione contribuì alla sua diffusione e alla sua protezione anche nei periodi più turbolenti.

Il consumo di vino nel Medioevo era regolato da fattori sociali e pratici. I nobili e il clero potevano accedere a vini di qualità superiore, ottenuti dalla prima spremitura dell’uva, mentre il popolo beveva spesso un prodotto più diluito, chiamato “acquerello”, ottenuto aggiungendo acqua alle vinacce residue. Il vino veniva raramente bevuto puro: era comune diluirlo con acqua per migliorarne la digeribilità e ridurre gli effetti dell’alcol. Inoltre, si aggiungevano spezie, erbe o miele per correggere difetti e renderlo più gradevole.

Nel Basso Medioevo, con la rinascita delle città e dei commerci, la produzione vinicola tornò a crescere. In Italia, la viticoltura visse una vera età dell’oro: il vino divenne un bene economico, oggetto di scambio e fonte di reddito. Le taverne e le osterie si moltiplicarono, diventando luoghi di convivialità popolare, dove il vino accompagnava pasti semplici e momenti di socialità. In questo periodo, si iniziarono a distinguere le varietà di uva e le zone di produzione, gettando le basi per le future denominazioni.

Con l’arrivo del Rinascimento, il vino assunse un ruolo ancora più raffinato. L’interesse per la scienza, l’arte e la cultura portò a una maggiore attenzione alla qualità del vino, alla sua origine e alla sua evoluzione. I trattati di agricoltura e medicina descrivevano le proprietà del vino, consigliandone l’uso moderato per la salute. Le corti rinascimentali valorizzavano il vino come simbolo di prestigio e cultura, e le cantine nobiliari iniziarono a conservare le bottiglie in modo più accurato.

Nel Rinascimento, il vino veniva servito in coppe di ceramica, vetro o metallo, spesso decorate, e accompagnava banchetti sontuosi. Si iniziò a parlare di abbinamenti gastronomici, anche se il concetto moderno di degustazione era ancora lontano. Tuttavia, si affermava l’idea che ogni vino avesse caratteristiche proprie, legate al territorio e alla varietà di uva, anticipando la nozione di terroir.

Le tecniche di vinificazione si evolsero: si migliorò la fermentazione, si introdussero botti più resistenti e si sperimentarono metodi di chiarifica. Il vino bianco e il vino rosso iniziarono a essere distinti per colore, gusto e utilizzo. Anche il modo di bere cambiò: se nel Medioevo il vino era spesso un alimento quotidiano, nel Rinascimento divenne anche oggetto di piacere estetico, di conversazione e di cultura.

In sintesi, il vino nel Medioevo e nel Rinascimento attraversò una trasformazione profonda: da bevanda funzionale e simbolica a prodotto culturale e commerciale. Il suo consumo rifletteva le dinamiche sociali, religiose ed economiche dell’epoca, e preparava il terreno per la nascita dell’enologia moderna. Oggi, riscoprire come si beveva il vino in quei secoli significa comprendere le radici profonde della nostra tradizione vitivinicola, fatta di gesti, riti e saperi che ancora ci accompagnano.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.

giovedì 19 febbraio 2026

SANA Food e Slow Wine 2026 Bologna: dove gusto e cultura sostenibile si incontrano

Amici di VinoDegustando buongiorno!

Il SANA Food e Slow Wine 2026 Bologna si terrà dal 22 al 24 Febbraio e si annuncia come uno degli appuntamenti più vivaci per chi segue il mondo del cibo sano, del vino etico e della ricerca sulla sostenibilità alimentare. Bologna, città che da sempre unisce tradizione e innovazione, ospiterà una fiera pensata per raccontare un nuovo modo di vivere il gusto, più attento, più lento e più vicino ai ritmi della natura.

L’edizione 2026 offrirà un perc
orso ricco di idee, incontri e degustazioni. I visitatori potranno scoprire prodotti naturali, tecniche agricole pulite, vini da vitigni rari e progetti che uniscono ricerca, territorio e cultura. Il cuore dell’evento sarà la volontà di promuovere un food sostenibile e un bere consapevole, due temi sempre più centrali nel panorama italiano.

Il SANA Food 2026 rappresenta un punto di riferimento per chi cerca un rapporto più equilibrato con il cibo. Le aziende presenti porteranno prodotti biologici, soluzioni plant‑based, fermentati, farine integrali e ingredienti pensati per una dieta pulita e trasparente. Ogni stand racconterà un modo diverso di interpretare il benessere quotidiano.

Accanto al settore food, la sezione Slow Wine 2026 darà spazio ai produttori che seguono pratiche agricole rispettose del suolo e della biodiversità. Qui sarà possibile degustare vini artigiani, scoprire cantine emergenti e approfondire temi come la viticoltura rigenerativa, la gestione naturale del vigneto e la tutela dei paesaggi rurali. L’obiettivo è mostrare come il vino possa essere non solo un piacere, ma anche un gesto culturale.

L’unione di questi due mondi crea un evento unico, capace di raccontare un nuovo stile di vita: più lento, più autentico, più attento alla qualità.

I temi che guideranno l’edizione

L’intero percorso del SANA Food e Slow Wine 2026 Bologna ruoterà attorno a cinque concetti fondamentali:

  • cibo sano

  • vino naturale

  • sostenibilità agricola

  • benessere quotidiano

  • innovazione green

Questi temi saranno al centro di talk, workshop, degustazioni e incontri con esperti. Agronomi, chef, enologi, nutrizionisti e ricercatori offriranno una visione ampia e aggiornata sul futuro dell’alimentazione e della viticoltura.

Degustazioni e percorsi sensoriali

Una delle aree più attese sarà quella dedicata alle degustazioni guidate. I visitatori potranno assaggiare vini provenienti da tutta Italia, con particolare attenzione a:

  • vitigni autoctoni

  • produzioni artigiane

  • vini biologici

  • etichette a basso impatto ambientale

Le masterclass Slow Wine offriranno un viaggio sensoriale tra territori, storie e tecniche di cantina. Ogni incontro inviterà a vivere il vino con calma, seguendo la filosofia del bere lento, che valorizza osservazione, ascolto e consapevolezza.

Sul fronte food, il SANA proporrà percorsi dedicati a fermentazioni naturali, cucina vegetale, oli di qualità, farine integrali e prodotti funzionali. Un mix ideale per chi vuole migliorare il proprio rapporto con il cibo.

Perché partecipare al SANA Food e Slow Wine 2026 Bologna

L’evento non è solo una fiera, ma un vero spazio culturale. Partecipare significa:

  • scoprire nuovi trend del food sostenibile

  • incontrare produttori che lavorano con cura e passione

  • degustare vini unici e difficili da trovare altrove

  • imparare tecniche utili per una dieta più equilibrata

  • vivere Bologna, città simbolo del gusto italiano

L’edizione 2026 punterà anche sulla digitalizzazione, con app, percorsi interattivi e strumenti pensati per facilitare il dialogo tra aziende e pubblico.

Conclusione

Il SANA Food e Slow Wine 2026 Bologna sarà un evento imperdibile per chi ama il cibo buono, il vino autentico e uno stile di vita più consapevole. Un luogo dove tradizione e innovazione si incontrano, dove il gusto diventa cultura e dove il futuro dell’alimentazione prende forma, un assaggio alla volta.

Buna Fiera e buone degustazioni a tutti!

D.B.

martedì 17 febbraio 2026

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Vitigni estinti o molto rari della Campania

Amici carissimi, bentornati su VinoDegustando!

Oggi vi porto in un viaggio affascinante tra i vitigni più rari della Campania; uve quasi scomparse che custodiscono storie antiche, profumi unici e un legame profondo con i territori che le hanno viste nascere. Sono nomi che pochi conoscono, ma che meritano attenzione: Coda di Volpe Nera, Casavecchia, Greco Muscio e Ginestra. Quattro identità diverse, quattro anime che raccontano la ricchezza nascosta della viticoltura campana.

Coda di Volpe Nera: è una variante a bacca nera del più noto vitigno bianco. Il suo nome deriva dalla forma del grappolo, lungo e pendente, simile alla coda di una volpe. È citata già da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia, segno della sua presenza antichissima in Campania.

La sua zona storica comprende Vesuvio, Irpinia e Sannio, territori dove il suolo vulcanico ha sempre modellato il carattere delle uve.

Le sue caratteristiche ampelografiche sono nette: grappolo allungato, acino blu‑nero, buccia pruinosa. In cantina dà vini di medio corpo, con note di frutti rossi, buona freschezza e una mineralità vulcanica che bilancia la naturale bassa acidità del vitigno. Oggi è rarissima, presente solo in micro‑appezzamenti e collezioni sperimentali, ma rappresenta una delle testimonianze più preziose della storia viticola campana.

Casavecchia: è un vitigno a bacca nera autoctono della provincia di Caserta, legato a una delle storie più suggestive della viticoltura italiana. Si narra infatti che un vecchio ceppo, sopravvissuto alla fillossera, fu ritrovato vicino a un rudere chiamato “’a casa vecchia”. Da quel ceppo nacque il vitigno che oggi conosciamo.

La sua zona storica comprende Pontelatone, Formicola e Castel di Sasso, aree dove il Casavecchia ha trovato un equilibrio perfetto. La foglia è medio‑grande, il grappolo cilindrico e compatto, l’acino blu‑nero con puntinature evidenti.

Il vino è rubino, fruttato, speziato, con corpo medio e una sorprendente capacità di invecchiamento. È poco produttivo, ma proprio questa caratteristica gli permette di esprimere una complessità vigorosa, ideale per affinamenti in legno. Oggi è coltivato in pochi ettari ed è protagonista della DOC Casavecchia di Pontelatone, una delle denominazioni più identitarie della Campania.

Greco Muscio: chiamato anche Grecomusc’ o Roviello Bianco, è un vitigno a bacca bianca riscoperto in Irpinia, soprattutto nei comuni di Taurasi e Bonito. Il nome deriva dalla forma dell’acino: la buccia cresce in modo irregolare rispetto alla polpa, dando un aspetto “moscio”.

Il grappolo è medio, l’acino giallo‑verde, la buccia spessa e irregolare. Il vino è fresco, con acidità vivace, note di mela verde, fiori bianchi ed erbe aromatiche. È un vitigno salvato dall’oblio grazie al lavoro di Sandro Lonardo e dell’Università di Palermo, che nel 2003 ne hanno avviato il recupero. Oggi è iscritto al Registro Nazionale come Roviello e viene vinificato in purezza con risultati sorprendenti: un bianco autentico, territoriale, capace di raccontare l’anima più intima dell’Irpinia.

Ginestra: è un vitigno a bacca bianca coltivato quasi esclusivamente in Costiera Amalfitana, dove è conosciuto anche come Biancazita o Biancatenera. Il nome richiama il profumo floreale delle sue uve, simile alla pianta omonima che colora i pendii mediterranei.

La zona storica comprende Amalfi, Ravello, Tramonti e Furore, territori di viticoltura eroica, dove le vigne crescono su terrazze scolpite nella roccia. La foglia è medio‑grande, il grappolo conico e compatto, l’acino ellittico e verde. Il vino è aromatico, con sentori di agrumi, erbe mediterranee e una acidità brillante. Con il tempo sviluppa note minerali e leggere sfumature di idrocarburi, ricordando per eleganza alcuni Riesling. È iscritto al Registro dal 2005 ed è un vitigno complementare nella DOC Costa d’Amalfi, dove contribuisce a creare bianchi di grande finezza e longevità.

Questi quattro vitigni rappresentano un patrimonio unico, fatto di biodiversità, storia e identità. Recuperarli significa proteggere la memoria della Campania e dare nuova vita a vini che meritano di essere conosciuti e raccontati.

Buone Degustazioni a tutti!

D.B.

sabato 14 febbraio 2026

Vino Bianco "San Leto" 2021 - Azienda Agricola Ricci


Cari amici di VinoDegustando, buongiorno e sereno we di San Valentino!

Come ogni sabato, torno a condividere con voi la degustazione di un vino che merita attenzione e che, nel tempo, ha saputo conquistare un posto speciale nel mio percorso di assaggi. Parliamo del Vino Bianco "San Leto", uno dei più noti Timorasso prodotti dall’Azienda Agricola Ricci, realtà che seguo da anni e di cui ho già raccontato diversi millesimi e precisamente:

  • nell'ormai lontano 25 Marzo 2017 l'annata 2004 (riassaggiata anche il 13 Gennaio 2018)
  • il 9 Giugno 2019 l'annata 2010 (riassaggiata anche il 7 Aprile 2020)
  • l' 8 Ottobre 2023 l'annata 2012

Oggi, con grande piacere, vi porto nel cuore dell’annata 2021, un nuovo capitolo nella storia di questo grande Timorasso dei Colli Tortonesi, capace di unire identità, profondità e una notevole capacità evolutiva.

Il San Leto 2021 nasce da uve Timorasso 100%, raccolte a mano nei primi giorni di ottobre. Le viti si trovano nel vigneto omonimo, un appezzamento di due ettari situato a Costa Vescovato, a circa 290 metri di altitudine. Qui il suolo è composto da marne tortoniane, elemento chiave del terroir che dona al vino struttura, tensione e una spiccata impronta minerale. Le viti, impiantate tra il 1986 e il 1992, sono allevate a spalliera con filari a cavalcapoggio, mentre la potatura Guyot a 5–6 gemme e la resa contenuta di circa 4.000 kg per ettaro garantiscono frutto sano, ricco e concentrato.

La vendemmia, come sempre manuale, permette una selezione attenta dei grappoli, passaggio essenziale per un vino che punta sulla purezza del vitigno e sulla forza del territorio. Dopo una soffice pressatura, la fermentazione prende avvio grazie ai lieviti autoctoni e si svolge sulle bucce, con cappello sommerso per circa dieci giorni. Questa scelta tecnica consente di estrarre struttura, materia e complessità, elementi che definiscono lo stile del San Leto.

La fermentazione avviene sulle bucce, dove il mosto vi permane per 10 giorni a cappello sommerso; terminata la fermentazione, il vino affronta un lungo percorso di affinamento: prima dodici mesi in botti grandi di legno di acacia, poi altri dodici mesi in bottiglia, così da raggiungere equilibrio, profondità e una trama aromatica più ampia. L’imbottigliamento avviene senza filtrazioni né chiarifiche, per preservare integralmente l’identità del Timorasso e il carattere del vigneto.

Alla vista, il San Leto 2021 si presenta con un giallo aranciato carico, brillante e luminoso, segno della macerazione e della sua natura ricca e complessa. Il colore, intenso e vivo, anticipa già la personalità del vino.

Al naso è intenso ed elegantissimo, con un profilo che unisce note balsamiche e agrumate. Si riconoscono aromi di buccia d’arancia, cedro candito e mango, fiori di forsizia, miele d’acacia, foglie di tè, camomilla, zenzero e una chiara impronta minerale che richiama la pietra focaia. È un bouquet ricco, stratificato, che evolve nel calice e invita all’assaggio.

In bocca il vino è freschissimo e sapido, con una struttura tesa e coerente con quanto percepito al naso. La componente glicerica dona rotondità e morbidezza, mentre la trama minerale e balsamica sostiene il sorso e lo rende armonico. La persistenza è notevole, lunga, con un finale che richiama la frutta candita e la mineralità tipica del Timorasso delle marne tortoniane.

Il San Leto 2021 è un vino che unisce tradizione, tecnica e territorio, un bianco capace di evolvere nel tempo e di raccontare con precisione la forza dei Colli Tortonesi. Un assaggio che conferma, ancora una volta, la grandezza di questo vitigno e la cura con cui l’Azienda Agricola Ricci interpreta il Timorasso.

Chapeau Daniele!

Buone degustazioni a tutti!

D.B.


giovedì 12 febbraio 2026

Rubrica "Approfondimenti Storici" di VinoDegustando: Il ruolo sociale del vino nella civiltà rurale

Buongiorno a tutti voi, ben ritrovati su VinoDegustando!

Oggi vi invito a riflettere su un tema che va oltre il calice, oltre la tecnica, oltre la degustazione: il ruolo sociale del vino nelle comunità rurali. In questi contesti, il vino non è solo agricoltura, non è solo economia, ma è linguaggio, memoria, relazione. È il filo che unisce generazioni, il collante che tiene insieme territori e persone, il simbolo di una cultura che resiste al tempo.

Nelle campagne italiane, il vino nasce dalla terra
ma vive nella comunità. La vendemmia, ad esempio, è molto più di una fase produttiva: è un rito collettivo, un momento di incontro, di scambio, di lavoro condiviso. Famiglie, amici, vicini si ritrovano tra i filari, spesso senza distinzione tra età o ruoli. Si canta, si ride, si lavora insieme. Il vino nasce così: da mani che collaborano, da storie che si intrecciano, da gesti che si ripetono ogni anno con la stessa intensità.

La cantina, in questi contesti, è molto più di un luogo tecnico. È il cuore pulsante della socialità. È lì che si accolgono gli ospiti, si raccontano le annate, si condividono esperienze. Il vino diventa strumento di narrazione, veicolo di memoria orale. Ogni bottiglia porta con sé un racconto: del clima, del terreno, delle scelte fatte in vigna e in vinificazione. E questi racconti si trasmettono, si ascoltano, si celebrano, diventando parte del patrimonio immateriale della comunità.

Ogni zona ha il suo vino, e ogni vino racconta la sua zona. Nei piccoli borghi, il vino è orgoglio locale, simbolo di appartenenza. Che si tratti di un vitigno autoctono raro o di una vinificazione tradizionale, il vino diventa bandiera culturale. Le feste di paese, le sagre, le fiere agricole ruotano spesso attorno al vino. È il protagonista di momenti pubblici, di celebrazioni, di riti civili e religiosi. È il segno tangibile di una comunità che si riconosce e si racconta attraverso ciò che produce.

Il vino è anche ponte generazionale. I nonni insegnano ai nipoti come si pota, come si assaggia, come si riconosce un vino buono. I giovani portano innovazione, ma imparano il rispetto per la terra e per i tempi della natura. In molte comunità rurali, il vino è educazione alla pazienza, alla cura, alla responsabilità. È una scuola di vita che si tramanda, vendemmia dopo vendemmia, bottiglia dopo bottiglia.

Oltre all’aspetto culturale, il vino ha un ruolo chiave nell’economia rurale. Piccole cantine familiari, cooperative, agriturismi: il vino genera lavoro, turismo, valorizzazione del territorio. In tempi difficili, è spesso il settore vitivinicolo a garantire resilienza. La filiera del vino è lunga e coinvolge molte competenze: agricoltura, trasformazione, comunicazione, accoglienza. E tutto questo si traduce in coesione sociale, in opportunità, in dignità.

Il paesaggio rurale italiano è modellato dalla vite. I filari disegnano le colline, le terrazze, le pianure. Il vino è architettura vegetale, è estetica agricola. E questo paesaggio, curato e vissuto, diventa bene comune. Le comunità rurali lo proteggono, lo celebrano, lo raccontano. Il vino è anche ecologia sociale, perché stimola pratiche sostenibili, rispetto per la biodiversità, tutela del suolo. È un modo di abitare il territorio con consapevolezza e gratitudine.

In definitiva, il vino nelle comunità rurali è molto più di una bevanda. È linguaggio, memoria, relazione. È il modo in cui le persone si riconoscono, si raccontano, si uniscono. È un collante sociale che attraversa il tempo, le generazioni, le stagioni. E in un’epoca di frammentazione, il vino resta uno dei pochi strumenti capaci di creare comunità vera, fatta di gesti, di sguardi, di condivisione.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.

martedì 10 febbraio 2026

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Vitigni estinti o molto rari del Veneto

Fedelissimi amici di VinoDegustando, buongiorno!

Oggi vi porto in un angolo prezioso del nostro patrimonio viticolo, un mondo fatto di vitigni rari, antichi, quasi perduti, che raccontano la storia più autentica del Veneto. Quattro nomi che pochi conoscono, ma che custodiscono un valore enorme: Turchetta, Nera dei Baisi, Dorona di Venezia e Marzemina Bianca. Sono uve che parlano di memoria, di paesaggi, di famiglie che hanno salvato ceppi unici dall’oblio. Un viaggio affascinante tra biodiversità, tradizione e identità.

Turchetta: il rosso ritrovato della bassa padovana

Il Turchetta è un vitigno a bacca nera, raro e profondamente legato alla storia agricola del Veneto. Le fonti ampelografiche lo descrivono come un’uva antica, coltivata già nel XVI secolo e documentata con certezza nell’Ottocento. Oggi sopravvive grazie ai progetti di recupero avviati nei primi anni Duemila, soprattutto nella bassa padovana e nel Polesine.

Le sue caratteristiche ampelografiche sono nette: foglia pentagonale, grappolo medio, acino tondo, buccia blu‑nera molto pruinosa. È un vitigno rustico, vigoroso, capace di adattarsi bene ai terreni caldi della pianura.

Il profilo enologico è sorprendente: vini di buona struttura, colore intenso, frutto scuro, acidità viva e una naturale speziatura. In purezza mostra carattere e profondità; in blend con Raboso o Recantina aggiunge energia e freschezza. Un rosso antico che oggi torna protagonista nei progetti di valorizzazione degli autoctoni veneti.

Nera dei Baisi: il rosso segreto delle colline veronesi

La Nera dei Baisi è un vitigno a bacca nera rarissimo, quasi scomparso, legato alle zone collinari della provincia di Verona. Per decenni è sopravvissuto solo in vecchi filari familiari, custodito da contadini che ne hanno preservato l’identità. Oggi è presente in poche collezioni ampelografiche e in micro‑appezzamenti recuperati da piccoli produttori.

Le sue caratteristiche ampelografiche includono grappolo medio piramidale, acino sferico di colore blu‑nero, buccia spessa e foglia trilobata o pentalobata. È un’uva che racconta la rusticità dei rossi veronesi antichi.

Il vino che ne deriva ha colore intenso, buona acidità naturale, note di mora e prugna, tannino vivo ma mai duro, struttura media e grande bevibilità. È perfetta per vinificazioni leggere o per blend che puntano su freschezza e autenticità. Un vitigno che merita attenzione per il suo valore storico e per il suo potenziale nei vini territoriali.

Dorona di Venezia: l’oro della laguna

La Dorona di Venezia è una delle uve più affascinanti del Veneto: una bacca bianca rarissima, sopravvissuta nelle isole della laguna veneziana. Quasi estinta dopo l’alluvione del 1966, è stata recuperata grazie a progetti di tutela e oggi vive in pochi ettari tra Mazzorbo, Burano e Sant’Erasmo.

Le sue caratteristiche ampelografiche sono uniche: foglia grande, grappolo piramidale, acino giallo dorato, buccia spessa e pruinosa, polpa succosa con una lieve nota salmastra dovuta al terroir lagunare. Ama terreni sabbiosi e drenanti, resiste bene al vento e all’umidità, ma soffre la siccità estrema.

Il vino è strutturato, ricco, quasi “da rosso” per corpo e longevità. Note di frutta gialla, erbe lagunari, miele, fieno, agrumi maturi, con una mineralità salmastra che lo rende inconfondibile. Un bianco raro, prezioso, simbolo della viticoltura eroica della laguna.

Marzemina Bianca: la voce gentile dei colli veneti

La Marzemina Bianca è un vitigno a bacca bianca antico e raro, diffuso storicamente tra Vicenza, Padova e Treviso. Spesso confusa con altre varietà, possiede invece una sua identità precisa.

Ampelograficamente presenta foglia media pentagonale, grappolo piramidale, acino giallo‑verde con sfumature dorate e buccia sottile. Matura tra
fine estate e inizio autunno, con rese variabili e buona vigoria.

Il vino è fresco, leggero, con acidità vivace, profumi di mela, pera, pesca bianca, note floreali e una struttura agile. Ottima per spumanti artigianali, interessante in purezza, utile in blend per dare freschezza e profumo. Un bianco delicato, territoriale, che racconta la grazia dei vitigni minori veneti.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.

sabato 7 febbraio 2026

Benaco Bresciano I.G.T. Rosso "Perrone" - Azienda Agr. Zatti

Amici carissimi, bentornati su VinoDegustando!

Oggi vi porto nel cuore della Valtenesi, terra di luce e di vento, dove l’Azienda Agricola Zatti continua a sorprendere con vini di rara finezza. Il protagonista di questa settimana è un rosso che unisce tradizione, territorio e stile, nato a Calvagese della Riviera (BS), in una zona che da sempre regala vini di grande carattere.

Il blend è un incontro armonico tra Pinot Nero, Barbera e Sangiovese, uve raccolte in sovramaturazione da vigneti posti su suoli calcarei ricchi di sassi, capaci di donare al vino una spiccata mineralità. Nei filari si pratica l’inerbimento dell’interfila e una lavorazione meccanica sottofila, scelta che tutela il suolo e favorisce un equilibrio naturale della pianta. La densità d’impianto è di 3500 ceppi/ha, con allevamento a guyot, per una produzione limitata di 3000 bottiglie da 0,75 L: numeri piccoli, qualità alta.

Le uve, raccolte a mano in cassette arieggiate, vengono avviate alla pigiadiraspatura e vinificate partendo da un pied de cuvée con lieviti indigeni, scelta che esalta l’identità del territorio. La fermentazione avviene in acciaio, con un contatto bucce-mosto di 15–20 giorni, durante i quali si effettuano rimontaggi e follature per estrarre colore, profumi e struttura. Il vino nuovo riposa poi sulle fecce fini in barriques e tonneaux di rovere per 10–12 mesi, tempo ideale per affinare la trama tannica e ampliare il profilo aromatico.

Ascoltiamolo insieme!

Alla vista si presenta con un rosso rubino fitto, luminoso, con riflessi violacei che raccontano freschezza e vitalità. Il colore è profondo, compatto, segno di una materia ricca e ben estratta.

Il naso è un piccolo capolavoro di eleganza. Si apre con note di ciliegia Bigarreau, mirtillo e mora, seguite da richiami floreali di viola e pot-pourri di fiori secchi. Emergono poi sfumature minerali di grafite, balsamiche di sambuco, toni terrosi di humus e una speziatura fine di pepe nero. Un bouquet ampio, profondo, coerente, che invita all’ascolto.

In bocca è fresco, sapido, equilibrato, con una corrispondenza aromatica impeccabile. La trama tannica è nobile, ancora in fase di integrazione, ma già elegante e ben definita. La persistenza è lunga, avvolgente, con un finale che gioca su mineralità e balsamicità, lasciando una sensazione pulita ed appagante.

Le caratteristiche qui descritte fanno capire che siamo davanti a un vino di ottima fattura, dotato di un notevole potenziale evolutivo. La struttura, la freschezza e la complessità aromatica indicano che questo rosso potrà crescere ancora per molti anni, sviluppando sfumature sempre più profonde e affascinanti.

Un gran bel Benaco, davvero. Complimenti ad Andrea Zatti e a suo papà, per la cura, la visione e la sensibilità che emergono in ogni dettaglio di questo vino.

Per quanto riguarda gli abbinamenti, questo rosso si esprime al meglio con carni saporite, brasati, arrosti, selvaggina e piatti ricchi di struttura. Tra qualche anno, con l’evoluzione giusta, potrà diventare anche un eccellente vino da meditazione, perfetto per serate lente e riflessive.

La Valtenesi continua a regalarci emozioni
e l’Azienda Agricola Zatti conferma il suo ruolo di interprete autentico del territorio. Un vino che parla di terra, passione e identità, capace di conquistare chi cerca profondità e armonia nel calice.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.

giovedì 5 febbraio 2026

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: La viticoltura pre fillossera in Italia

Buongiorno! Oggi desidero affascinarvi con un tema prezioso per veri cultori del magnifico “Nettare di Bacco”, come voi cari e appassionati amici di VinoDegustando.

Prima che la fillossera devastasse i vigneti europei nella seconda metà
dell’Ottocento, l’Italia vantava una
viticoltura ricchissima, variegata e profondamente legata ai territori. Era un mondo di ceppi antichi, pratiche contadine tramandate di generazione in generazione, varietà locali oggi scomparse o dimenticate. La fillossera, un minuscolo afide originario del Nord America, arrivò in Europa attorno al 1860 e in Italia qualche decennio dopo, causando una crisi senza precedenti. Ma cosa c’era prima? Quali erano le caratteristiche della viticoltura italiana pre-fillossera?

La vite era coltivata ovunque: dalle Alpi alle isole, passando per le colline centrali e le pianure fluviali. Ogni regione aveva i suoi vitigni, spesso non catalogati, conosciuti solo dai vignaioli locali. Il concetto di vitigno autoctono non era ancora formalizzato, ma la biodiversità era reale e tangibile. In Piemonte si coltivavano varietà come la Slarina, il Bianver, il Quagliano; in Toscana il Barsaglina e il Colombana; in Sicilia il Vitrarolo e il Cutrera. Molti di questi nomi oggi suonano esotici, ma erano parte integrante del paesaggio agricolo.

I sistemi di allevamento erano rustici e adattati al territorio. In molte zone si utilizzava la vite maritata, legata agli alberi da frutto, soprattutto nei campi misti. In altre si preferivano pergole, alberelli o impianti a ceppo singolo. La densità era spesso bassa, con sesti d’impianto ampi che permettevano alle piante di svilupparsi con vigore. Le viti erano innestate raramente: si propagavano per talea o propaggine, mantenendo una forte identità genetica locale.

La vinificazione era semplice, spesso fatta in casa o in piccole cantine. I tini erano di legno, le fermentazioni spontanee, i travasi manuali. Non esistevano lieviti selezionati, né controlli di temperatura. Il vino era un prodotto vivo, mutevole, legato all’annata e alla mano del vignaiolo. I rossi erano spesso tannici e rustici, i bianchi ossidativi e intensi. Il concetto di fine wine non esisteva: il vino era alimento, cultura, economia.

La fillossera cambiò tutto. Introdotta accidentalmente con la vite americana, si diffuse rapidamente, attaccando le radici delle viti europee e portandole alla morte. In Italia, le prime segnalazioni risalgono agli anni ’70 dell’Ottocento, con focolai in Toscana e poi in Piemonte. La reazione fu lenta, confusa, spesso inefficace. Molti contadini non capivano la causa del problema e cercavano soluzioni empiriche: inondazioni dei campi, trattamenti con solfuro, espianti massicci.

La soluzione arrivò con l’innesto su vite americana, resistente alla fillossera. Ma questo comportò una rivoluzione genetica: milioni di ceppi vennero sostituiti, e con loro scomparvero varietà locali, cloni storici, equilibri agronomici. La viticoltura italiana post-fillossera fu più standardizzata, più tecnica, ma anche più povera dal punto di vista della biodiversità.

Oggi, grazie al lavoro di ricercatori, fondazioni e vignaioli appassionati, stiamo riscoprendo quel patrimonio perduto. I vitigni pre-fillossera sono oggetto di studio, recupero e valorizzazione. Alcuni esempi emblematici sono il vigneto pre-fillossera di Castelvenere in Campania, quello dell’Etna coltivato da Firriato, o le micro-parcelle storiche in Valtellina e Val d’Isarco. Questi vigneti, spesso centenari, sono veri musei viventi, testimoni di un’epoca in cui la vite era parte integrante della cultura rurale.

La viticoltura pre-fillossera ci insegna il valore della diversità, della resilienza, della connessione profonda tra uomo e territorio. Recuperare quei vitigni non è solo un atto di nostalgia, ma una scelta strategica per il futuro: in un mondo minacciato dal cambiamento climatico, dalla globalizzazione e dalla perdita di identità, le varietà storiche possono offrire soluzioni agronomiche, profili aromatici unici e storie da raccontare.

In conclusione, la viticoltura italiana prima della fillossera era un mosaico di saperi, paesaggi e sapori. Un patrimonio che merita di essere riscoperto, studiato e protetto. Ogni ceppo antico, ogni grappolo dimenticato, ogni vino rustico è una pagina di storia che possiamo ancora leggere, se abbiamo la pazienza di ascoltare la terra.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.

martedì 3 febbraio 2026

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Vitigni estinti o molto rari del Trentino Alto Adige

Benvenuti cari lettori di VinoDegustando!

E’ sempre un piacere incontrarvi qui, pronti a scoprire nuove storie di vigna, di territorio e di quelle uve che custodiscono l’anima più autentica del nostro patrimonio enologico.

Oggi vi porto in un angolo speciale delle nostre montagne, dove il tempo sembra scorrere più lento e dove sopravvivono vitigni così rari da sembrare piccoli tesori che raccontano secoli di tradizioni alpine, mani pazienti e memoria contadina.

Nel cuore del Trentino–Alto Adige sopravvivono vitigni così rari da sembrare reliquie vive, frammenti preziosi di una memoria agricola che rischiava di svanire. Sono uve che raccontano secoli di vita alpina, di pergole antiche, di vignaioli ostinati e di territori che non hanno mai smesso di proteggere la loro identità. Tra questi spiccano quattro varietà straordinarie:
Blatterle
e Versoaln, due bianchi antichi e luminosi, e Corbera e Rossara, due rossi sottili e delicati, oggi salvati da pochi custodi appassionati. Questi vitigni non sono solo curiosità botaniche, ma veri simboli di biodiversità, cultura e resilienza.

Il Blatterle è uno dei vitigni bianchi più antichi dell’Alto Adige, è oggi ridotto a poco più di un ettaro e mezzo. È una varietà fragile, rara, quasi segreta, originaria della Valle Isarco e della zona di Bolzano. Il suo nome deriva dal dialetto tirolese e significa “piccola foglia”, anche se alcuni lo collegano alla forma appiattita delle sue bacche. Il vino che ne nasce è leggero, fresco, agile, con una acidità vivace e profumi di mela verde, fiori bianchi e tocchi di frutta esotica. Non essendo inserito nei disciplinari DOC, spesso deve essere venduto come semplice “Vino Bianco”, e alcuni produttori hanno scelto di giocare con abbreviazioni creative per aggirare i limiti burocratici. Il suo destino è legato a pochi vignaioli coraggiosi: Nusserhof, che lo coltiva in un minuscolo vigneto urbano a Bolzano; Tenuta Rielinger, che ne produce anche una rara versione spumantizzata; e Alois Lageder, che lo ha inserito nel progetto “Le Comete”, dedicato alla tutela delle varietà storiche.

Accanto al Blatterle troviamo il Versoaln, un vitigno bianco che non è solo raro, è una vera leggenda. La vite più famosa, custodita presso Castel Katzenzunge a Prissiano, ha oltre 350 anni ed è considerata una delle più antiche e grandi d’Europa. La sua chioma copre quasi 300 metri quadrati, sostenuta da una pergola storica documentata già nel Seicento. Il nome potrebbe derivare dal termine dialettale “vursala”, che indicava il trasporto dell’uva a spalla, oppure dalla posizione dei vigneti sui pendii ripidi. Le uve sono piccole e compatte, e il vino che se ne ricava è una vera reliquia: giallo verdolino, fresco, citrino, con note di mela verde e sambuco. La produzione è limitatissima, tra 300 e 500 bottiglie l’anno, gestite dai Giardini di Castel Trauttmansdorff e dal Centro Laimburg. Ogni bottiglia è numerata e certificata, un frammento di storia liquida destinato a pochi fortunati.

Passando ai rossi, il Corbera è un vitigno quasi scomparso, un tempo diffuso nella Valle dell’Adige e oggi salvato grazie al lavoro della Fondazione Edmund Mach. Il nome sembra derivare dalla “corba”, il cesto usato per la vendemmia. Il grappolo è compatto, con acini dalla buccia spessa e pruinosa. Il vino è rubino tenue, con profumi di frutti rossi selvatici e leggere note speziate. In bocca è fresco, agile, con tannini moderati, e in passato veniva usato per dare vivacità ai tagli locali. Oggi sopravvive solo in micro-vinificazioni sperimentali, piccole gemme prodotte da vignaioli che credono nella memoria rurale.

Chiude questo viaggio la Rossara, un rosso pallido e gentile, un tempo pilastro della Piana Rotaliana e oggi ridotto a pochi ettari. Le sue bucce hanno una scarsa capacità colorante, e il vino assume tonalità cerasuolo o rubino chiarissimo. Al naso emergono fragolina, lampone e viola; al palato è leggero, fresco, quasi setoso, con tannini minimi. In passato veniva usata per ammorbidire il Teroldego, ma l’arrivo dei rossi più strutturati l’ha quasi cancellata. Oggi è custodita da Cantina Zeni, che la vinifica in purezza, e dalla Fondazione Mach, che la tutela nei campi catalogo. È il vino ideale per chi ama rossi sottili, da servire freschi con salumi locali o canederli in brodo.

Questi quattro vitigni non sono solo uve rare: sono storie vive, radici profonde, identità che resistono. Sono il Trentino–Alto Adige più autentico, quello che non si piega alle mode e continua a proteggere la sua anima più antica.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.

sabato 31 gennaio 2026

Alta Langa D.O.C.G. Extra Brut Bianco 2021 - Mario Torelli

Buongiorno e buon weekend a voi, cari lettori di VinoDegustando!

Come ogni sabato torno a raccontarvi un vino che ho avuto il piacere di assaggiare durante i miei tour tra vigne, colline e cantine. Oggi il protagonista è uno Spumante Alta Langa DOCG Extra Brut 2021 dell’Azienda Mario Torelli, una realtà storica e virtuosa della Langa Astigiana, guidata con passione da Gianfranco Torelli.

Ho scoperto questo Metodo Classico durante il mio tour eno‑ciclistico di agosto 2025, un viaggio tra colline, boschi e borghi che custodiscono la vera anima del Piemonte. Tra una salita e l’altra, questo calice ha saputo regalarmi una pausa di pura armonia.

L’Alta Langa DOCG è la denominazione che rappresenta il Metodo Classico del Piemonte. Le sue radici affondano nella metà del XIX secolo, quando nelle storiche cantine di Canelli si iniziò a produrre spumante con la rifermentazione in bottiglia. Oggi la denominazione è riservata esclusivamente a spumanti millesimati, prodotti con uve raccolte in una sola vendemmia e provenienti da un’area che comprende le province di Cuneo, Asti e Alessandria. Il territorio è un mosaico di colline alte, suoli ricchi di marne e sabbie, clima fresco e ventilato: un ambiente ideale per dare vita a bollicine fini, eleganti e longeve.

L’Azienda Mario Torelli è una delle realtà più coerenti e autentiche della zona. Tutti i vini sono certificati BIO, frutto di vigne curate con rispetto e visione. Le parcelle dedicate all’Alta Langa si trovano a Bubbio, in Langa Astigiana, a circa 350 metri di altitudine, dove l’escursione termica dona profumi nitidi e freschezza naturale.

La vendemmia 2021 è stata gestita con grande cura. Una parte del vino è stata sboccata nell’aprile 2025, dopo 32 mesi sui lieviti. Un’altra parte, invece, è rimasta “sur lie” e vi resterà fino a 60 mesi, per diventare Riserva: una scelta che conferma la volontà di puntare su qualità e profondità.

L’Extra Brut Bianco 2021 nasce da un taglio classico e ben bilanciato:

  • 70% Pinot Nero, che dona struttura, tensione e verticalità

  • 30% Chardonnay, che porta finezza, grazia e rotondità.

La sosta sui lieviti supera i 30 mesi e il dosaggio Extra Brut, con 4–5 g/l di zucchero, permette al vino di esprimere tutta la sua identità senza maschere.

Ma ora a lui la parola:

Alla vista è color giallo paglierino dorato, luminoso e brillante. Il perlage è fine, fitto e continuo, segno di una lunga maturazione sui lieviti e di una presa di spuma ben eseguita.

Il profilo aromatico è intenso ed elegante. Si apre con note floreali di glicine, seguite da richiami agrumati di bergamotto e cedro. Emergono poi sfumature speziate di zenzero, tocchi minerali e un finale balsamico che richiama salvia ed erbe di collina. Un naso ricco, pulito e molto armonico.

Al palato è fresco, sapido, glicerico e molto equilibrato. La corrispondenza con il naso è impeccabile: ritorni agrumati, mineralità viva e una chiusura balsamica che dona una sensazione di pulizia e freschezza. La persistenza è lunga, fine, elegante. Un Metodo Classico che colpisce per precisione e stile.

Questo Alta Langa Extra Brut è perfetto:

  • come aperitivo elegante

  • con pesce importante, come cernia o dentice al forno

  • con carni bianche delicate o arrosto

La sua freschezza e la sua struttura lo rendono un compagno ideale per una cucina pulita, mediterranea e ben bilanciata.

Complimentissimi a Gianfranco Torelli per questo Metodo Classico di grande finezza e coerenza che racconta territorio, cura, tecnica e passione. Un calice che invita a un nuovo sorso e che rappresenta al meglio lo stile dell’Alta Langa.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.