martedì 20 gennaio 2026

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Vitigni estinti o molto rari della Puglia

Buongiorno e bentornati amici di VinoDegustando!

La Puglia custodisce vitigni celebri e uve quasi scomparse, sopravvissute in vecchie vigne o recuperate da agronomi e piccoli produttori. Con la rubrica “Approfondimenti Tecnici” di VinoDegustando esploriamo alcuni di questi vitigni rarissimi, frammenti di storia che raccontano identità, territorio e biodiversità pugliese.

1) Uva di Troia Bianca:

è uno dei vitigni a bacca bianca più rari e affascinanti della Puglia, un’antica varietà quasi scomparsa che oggi sopravvive in piccole parcelle nel Nord della regione, soprattutto tra Lucera, Troia, Bovino e il Subappennino Dauno. Da non confondere con il più noto Nero di Troia, questa “bianca” è un biotipo distinto, storicamente coltivato nelle campagne della Daunia e oggi al centro di importanti progetti di recupero. Le sue bacche bianche sono piccole, con buccia sottile e buona acidità naturale, mentre il grappolo è compatto e regolare. Vitigno rustico e resistente alla siccità, matura tra fine settembre e inizio ottobre.

Dal punto di vista enologico dà vita a vini freschi, floreali e fruttati, con note di biancospino, camomilla, pera e mela, accompagnate da sfumature minerali e un finale sapido. Ideale per vinificazioni in purezza o in blend, rappresenta una vera gemma per chi cerca biodiversità viticola e varietà autoctone da valorizzare.

2) Pampanuto Storico:

 è un affascinante vitigno autoctono pugliese a bacca bianca, oggi riscoperto e valorizzato dopo decenni di quasi totale abbandono. Diffuso soprattutto nell’area di Bari, tra Gioia del Colle, Acquaviva delle Fonti e Adelfia, rappresenta una delle varietà più autentiche della tradizione contadina locale. Documentato già nell’Ottocento, veniva coltivato in piccoli appezzamenti familiari e utilizzato per dare freschezza e bevibilità ai vini della zona. Le sue caratteristiche ampelografiche lo rendono unico: bacca bianca medio-piccola, buccia sottile, grappolo compatto e una naturale acidità che si mantiene anche a maturazione avanzata. Vitigno rustico e resistente alla siccità, matura tra fine settembre e inizio ottobre, conservando una sorprendente freschezza anche nelle annate più calde.

Dal punto di vista enologico offre vini floreali, fruttati, con note erbacee e sfumature minerali, freschi e sapidi al palato. Ideale in purezza o in blend, è oggi un simbolo di biodiversità viticola e di identità territoriale pugliese.

3) Greco Nero di Puglia:

è un vitigno a bacca nera antico e rarissimo, un’autentica reliquia della Capitanata, coltivato in piccole parcelle tra Lucera, Troia, Bovino e il Subappennino Dauno. Sopravvissuto grazie alla cura di famiglie contadine e oggi al centro di progetti di recupero, rappresenta una delle espressioni più autentiche della biodiversità viticola pugliese. Non va confuso con il Greco Nero calabrese né con il Greco Bianco: questo è un biotipo pugliese distinto, con caratteristiche uniche. Le sue bacche nere, piccole e dalla buccia spessa, danno vita a vini intensi e territoriali. Al naso emergono amarena, prugna, mora e ribes, con spezie dolci e note balsamiche. Al palato offre struttura, tannini fini e un finale caldo e speziato.

Tradizionalmente usato come vitigno da taglio, oggi vive una nuova stagione grazie a micro-cantine che lo vinificano in purezza, ottenendo rossi eleganti, gastronomici e profondamente identitari. Un vitigno da riscoprire per chi cerca autenticità e storia nel calice.

4) Ottavianello:

è uno dei vitigni più affascinanti della Puglia, un’uva a bacca nera storicamente coltivata tra Ostuni, l’Alto Salento e alcune piccole parcelle del Barese. Pur essendo oggi considerato un vitigno autoctono pugliese, ha origini francesi: corrisponde infatti al Cinsault, varietà tipica del Sud della Francia e della Valle del Rodano. Arrivato in Puglia nell’Ottocento, ha trovato nel clima caldo e ventilato dell’Adriatico un habitat ideale, radicandosi profondamente nella tradizione locale e diventando il simbolo della DOC OstuniLe sue bacche medio-piccole e la buccia sottile danno vita a vini profumati e mediterranei. Al naso emergono ciliegia, fragolina, lampone, rosa e violetta, con leggere spezie dolci. Al palato l’Ottavianello è fresco, elegante, scorrevole, con tannini morbidi e acidità vivace.

Perfetto in purezza o in blend, offre rossi leggeri e rosati fragranti, ideali per chi cerca vini moderni, territoriali e ricchi di identità. Un vitigno da riscoprire per chi
ama la biodiversità pugliese.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.

sabato 17 gennaio 2026

Piemonte D.O.C. Pinot Nero " Bricco del Falco" 2011 - Isolabella della Croce

Buongiorno e buon weekend a tutti voi, amici appassionati di vino e affezionati lettori di VinoDegustando.

Oggi vi porto di nuovo tra le colline Astigiane nella Cantina Isolabella della Croce, una realtà che seguo sempre con grande piacere e che, ogni volta, riesce a regalare emozioni nuove. Qui lavora l’amico Andrea Elegir, enologo attento e sensibile, capace di dare forma a vini che parlano di territorio, tecnica e passione. Ogni sua etichetta è un racconto, un piccolo mondo che prende vita nel calice, e quella di oggi merita davvero spazio e attenzione: il Piemonte D.O.C. Pinot Nero “Bricco del Falco” 2011.

Il “Bricco del Falco” è un Pinot Nero in purezza, frutto di una selezione attenta e di una gestione della vigna che punta alla piena maturazione del frutto. Le uve vengono raccolte a mano, diraspate e pigiate con delicatezza per preservare ogni sfumatura del vitigno. La prima fase della fermentazione avviene in vinificatori orizzontali, a temperatura controllata tra 24° e 26°C, con follature lente e misurate per estrarre solo ciò che serve. Quando il mosto raggiunge i 7–8 gradi alcolici, viene svinato e diviso in due percorsi distinti: una parte passa nel tino Vinooxygen, dove completa la fermentazione alcolica, svolge la malolattica e avvia la fase di affinamento; l’altra parte resta in acciaio fino al termine delle fermentazioni, per poi essere trasferita in barriques e tonneaux, così da arricchire ulteriormente il profilo del vino.

Un processo lungo, paziente, che permette al vino di sviluppare struttura, finezza e una complessità aromatica rara, frutto di scelte tecniche ponderate e di una visione chiara.

Nel calice il “Bricco del Falco” si presenta con un rosso granato fitto e luminoso, segno di un’evoluzione elegante e ben gestita. Il colore, profondo ma vivo, anticipa un vino ricco di sfumature e pronto a raccontare la sua storia con calma e precisione.

Il naso è intenso, elegante, austero e balsamico. Il bouquet è ampio e si apre con note fruttate di marasca sotto spirito e prugna disidratata. Seguono sentori speziati di noce moscata, pepe nero e chiodi di garofano, che si intrecciano con richiami dolci di vaniglia. La parte più profonda del profilo olfattivo richiama il sottobosco, con humus, foglie secche e bacche di sambuco. Poi emergono toni più scuri e avvolgenti: tabacco, cioccolato, cuoio. Il finale del bouquet è segnato da una chiara impronta minerale, con grafite e un lieve e iniziale accenno di goudron, tipico dei Pinot Nero più maturi e complessi, che aggiunge un tocco di fascino e profondità.

Un naso ricco, stratificato, che evolve nel tempo e invita a tornare più volte sul calice per cogliere ogni dettaglio.

In bocca il vino è freschissimo, sapido, balsamico e verticale. La struttura è piena, il corpo è imponente ma sempre elegante, sostenuto da tannini nobili e setosi ancora in evoluzione. La corrispondenza naso-bocca è impeccabile: ritornano le note fruttate, le spezie, la parte terrosa e la mineralità che chiude il sorso. La persistenza è lunga, pulita, con un finale che unisce balsamicità e mineralità, lasciando una scia fine e profonda che invita a un nuovo assaggio.

Un vino che mostra grande equilibrio e un
potenziale evolutivo ancora molto ampio. Una bottiglia che oggi emoziona, ma che nei prossimi anni potrà esprimere ancora più sfumature, ampliando il suo ventaglio aromatico e la sua eleganza naturale. Il “Bricco del Falco” si abbina in modo ideale a piatti di carne, ricchi di sapore, come carne alla brace, arrosti importanti o piatti di selvaggina. La sua struttura e la sua complessità lo rendono perfetto per accompagnare cene intense e conviviali, dove il vino diventa parte del dialogo e della serata.

Un grande lavoro, Andrea. Chapeau!!!

Il “Bricco del Falco” è un Pinot Nero che merita attenzione, tempo e rispetto. Un vino che racconta il Piemonte con voce chiara e profonda, senza forzature, con la naturalezza di chi sa da dove viene e dove vuole arrivare.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.

giovedì 15 gennaio 2026

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Esposizione e pendenza - come influenzano maturazione e stile

Benvenuti su VinoDegustando, il blog in cui il mondo del vino viene raccontato con passione, precisione e un occhio sempre attento ai dettagli che fanno davvero la differenza.

Oggi esploreremo un tema da non sottovalutare mai: il ruolo dell’esposizione e della pendenza nella maturazione dell’uva e nello stile finale dei vini. Due fattori apparentemente banali, ma capaci di trasformare profondamente il carattere di un vigneto e l’identità dell’ etichetta.

Nel mondo del vino, ogni dettaglio conta. Tra i fattori che influenzano profondamente la qualità e lo stile di un’ etichetta, esposizione e pendenza del vigneto rappresentano due pilastri fondamentali. Non si tratta solo di coordinate geografiche, ma di veri e propri strumenti agronomici che agiscono su luce, calore, drenaggio e maturazione. Comprendere come questi elementi interagiscano con la vite significa leggere il vino con maggiore consapevolezza e apprezzarne le sfumature più autentiche.

Esposizione: la direzione della luce

L’orientamento dei filari rispetto ai punti cardinali determina la quantità e la qualità della luce solare ricevuta durante il ciclo vegetativo. In Italia, come in gran parte dell’emisfero nord, le esposizioni sud, sud-est e sud-ovest sono considerate le più favorevoli per la viticoltura di qualità.

  • Sud-est: ideale per varietà che richiedono una maturazione lenta e graduale.
  • Sud-ovest: perfetta per uve che beneficiano del calore pomeridiano, utile per sviluppare zuccheri e concentrazione.
  • Sud pieno: garantisce massima insolazione, utile nei climi freschi o per vitigni tardivi.
  • Nord: spesso evitata, ma utile in zone calde o per basi spumanti, dove si cerca freschezza e acidità.
  • Est: riceve luce mattutina, meno intensa, riducendo il rischio di scottature.
  • Ovest: riceve luce nelle ore più calde, accelerando la sintesi fenolica ma aumentando lo stress termico.

L’esposizione influisce direttamente sullo stile del vino. Vigneti ben esposti producono uve più mature, con aromi intensi, tannini rotondi e gradazioni alcoliche più equilibrate. Al contrario, esposizioni più fresche generano vini snelli, acidi, minerali.

Pendenza: inclinazione e drenaggio

La pendenza del terreno agisce su due fronti principali: idrologia e intercettazione luminosa. Un suolo inclinato favorisce il drenaggio naturale, evitando ristagni idrici che possono diluire la concentrazione degli acini e favorire lo sviluppo di patologie fungine. Inoltre, migliora la circolazione dell’aria, riducendo il rischio di muffe e malattie.

  • Pendenze dolci (5–15%): equilibrio tra drenaggio e lavorabilità.
  • Pendenze medie (15–30%): ideali per vitigni sensibili all’umidità, come Pinot Nero o Nebbiolo.
  • Pendenze elevate (>30%): richiedono vendemmia manuale e grande attenzione agronomica. Qui si parla di viticoltura eroica, dove ogni gesto riflette l’unicità del territorio.

Dal punto di vista termico, la pendenza modifica l’angolo di incidenza dei raggi solari. Un terreno inclinato verso il sole riceve una radiazione più intensa, creando un microclima unico con forti escursioni termiche tra giorno e notte. Questo favorisce la fissazione dei pigmenti e lo sviluppo di un profilo aromatico complesso e stratificato.

Stile e maturazione: il vino come espressione del paesaggio

La combinazione di esposizione e pendenza modella lo stile del vino in modo inequivocabile:

  1. Vini strutturati e intensi: nati da pendenze elevate ed esposizioni calde. Presentano alcol sostenuto, tannini vellutati e note di frutta matura.
  2. Vini freschi e minerali: derivano da esposizioni più fredde o terreni pianeggianti in zone ventilate. Offrono acidità vibrante e sentori floreali o agrumati.
  3. Vini da lungo invecchiamento: frutto di un equilibrio perfetto tra pendenza e esposizione, con rese contenute e piena maturità fenolica.

Un versante ben esposto e inclinato può anticipare la maturazione anche di una o due settimane rispetto ad uno meno favorevole. Questo incide sulla scelta della vendemmia, sulla composizione chimica dell’uva e sul profilo sensoriale del vino.

Quindi esposizione e pendenza non sono semplici variabili tecniche: sono decisioni stilistiche profonde. Ogni produttore che sceglie dove impiantare un vigneto sta già definendo il carattere del vino che nascerà. Ogni degustatore che conosce questi dettagli può riconoscere nel calice non solo il vitigno, ma anche il paesaggio.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.

 

martedì 13 gennaio 2026

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Vitigni estinti o molto rari della Toscana

Affezionati lettori di VinoDegustando, buongiorno!

La Toscana non è soltanto Sangiovese o Vernaccia. Dietro i nomi celebri vive un patrimonio silenzioso, fatto di vitigni antichi, rari, spesso dimenticati, che oggi tornano a parlare grazie al lavoro di sparuti vignaioli appassionati e progetti di recupero mirati. Uve che custodiscono storie, identità e profumi unici, capaci di arricchire il panorama enologico italiano con sfumature preziose. In questo viaggio esploriamo sei protagonisti, sei anime diverse, unite da un filo comune, la volontà di resistere.

Canaiolo Bianco: la gentilezza dell’Italia centrale

Il Canaiolo Bianco, conosciuto anche come Drupeggio, è un vitigno antico dell’Italia centrale, oggi quasi scomparso. I suoi sinonimi – Caccione, Trupeccio – raccontano una lunga storia rurale, fatta di piccoli appezzamenti e tradizioni familiari. Produce vini di media struttura, con buona acidità e un profilo delicato: fiori bianchi, mela fresca e una tipica nota finale di mandorla.

Per secoli è stato usato in uvaggio, utile per dare freschezza e armonia a varietà più vigorose. Oggi sopravvive in Toscana, Umbria e Lazio, presente nelle DOC di Carmignano, Valdinievole e soprattutto nell’Orvieto, dove il Drupeggio è parte essenziale del blend. Alcuni produttori toscani stanno però riscoprendo il suo potenziale in purezza, ottenendo bianchi eleganti, sottili e sorprendentemente longevi.

Orpicchio: la reliquia che torna a vivere

Tra i vitigni abacca bianca più rari della Toscana, l’Orpicchio occupa un posto speciale. Per decenni è stato considerato una “varietà reliquia”, coltivata quasi solo nel Valdarno di Sopra e nel Casentino, con appena due ettari censiti nel 2019. Il grappolo è piccolo e compatto, gli acini hanno buccia sottile e maturano nella seconda metà di settembre.

Il vino che ne deriva è sorprendente: elegante, strutturato, minerale, con profumi di fiori bianchi, agrumi e una sapidità persistente. Grazie alla sua struttura, l’Orpicchio è uno dei pochi bianchi toscani capaci di evolvere nel tempo, mantenendo freschezza e tensione. Un vitigno che merita attenzione e che rappresenta una delle riscoperte più affascinanti degli ultimi anni.

Pugnitello: il pugno chiuso che conquista

Il Pugnitello, vitigno a bacca nera, riscoperto negli anni ’80 grazie all’Università di Firenze e all’azienda San Felice, deve il suo nome al grappolo compatto, simile a un pugno. Gli acini sono sferici, con buccia spessa e ricca di pruina. È un vitigno vigoroso ma poco fertile, motivo per cui fu abbandonato in passato.

Il vino è di grande carattere: rosso rubino intenso, profumi di frutti di bosco, sottobosco ed erbe, gusto fresco e sapido, con tannini decisi ma vellutati. La sua capacità di invecchiamento è notevole, e oggi molte cantine lo vinificano in purezza per esaltarne la personalità.

Foglia Tonda: la forza della tradizione

Il Foglia Tonda è un altro vitigno a bacca nera toscano rinato dopo un lungo oblio. Il nome deriva dalla forma perfettamente circolare della foglia. È coltivato nel senese, nel Casentino e nel Valdarno, dove richiede potature severe per contenere la sua grande vigoria.

Il vino è intenso e profondo: rubino scuro, aromi di violetta, frutti di bosco, prugna e terra bagnata. In bocca mostra struttura, acidità viva e tannini potenti ma eleganti. È ideale per affinamenti in legno o anfora, e sempre più produttori lo propongono in purezza per valorizzarne la forza espressiva.

Gorgottesco: il vitigno reliquia della Maremma

Il Gorgottesco è uno dei vitigni a bacca nera più rari della Toscana. Un tempo diffuso nella Maremma Senese, è stato quasi dimenticato fino a recenti progetti di recupero. Matura tardi, spesso dopo metà ottobre, e oggi sopravvive in pochissimi ettari.

Il vino è fresco, rubino brillante, con aromi di mora, prugna e note terrose. Al palato è agile, sostenuto da una buona acidità e da una struttura equilibrata. Una testimonianza preziosa della biodiversità toscana.

Barsaglina: la forza della Lunigiana

Chiudiamo con la Barsaglina, detta anche Massaretta, vitigno a bacca nera originario della Lunigiana e delle colline di Massa. Il grappolo è compatto, gli acini piccoli e scuri, la buccia spessa. Produce vini robusti, intensi, freschi, con tannini marcati e profumi vegetali e fruttati. Oggi è ammessa in Toscana e Liguria e parte di importanti progetti di salvaguardia.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.



sabato 10 gennaio 2026

Spumante Metodo Classico "Montecchi" Durello Pas Dosé 2013 - Bellaguardia

Buon we a tutti gli amici di VinoDegustando! 

Il protagonista di oggi è un altro vino assaggiato durante la Fiera dei Vini a Piacenza 2025, tenutasi dal 22 al 24 Novembre presso Piacenza Expo; terza edizione di questa bellissima manifestazione.

Nel cuore pulsante dei Monti Lessini, dove il vento accarezza vigne antiche e il suolo vulcanico custodisce segreti millenari, l’Azienda Bellaguardia coltiva con una visione enologica d’eccezione il vitigno Durello; in particolare, smette di essere una semplice uva, per trasformarsi nell’espressione più autentica di un terroir vivo. In questo scenario, la vite si fonde col paesaggio e ogni gesto agricolo riflette un profondo rispetto per una terra che esige dedizione, cura e sensibilità quotidiana. 

In questo contesto così ricco di storia e identità, Bellaguardia porta avanti una filosofia produttiva che valorizza sostenibilità, precisione e un approccio artigianale capace di esaltare la natura vulcanica dei Lessini. Ogni scelta agronomica diventa parte di un percorso che mira a preservare biodiversità, equilibrio e autenticità, elementi fondamentali per ottenere vini di carattere e lunga vita.

Quindi andremo a degustare lo Spumante Metodo Classico "Montecchi" Durello Pas Dosé nella versione del millesimo 2013; questo vino nasce dal progetto Montecchi, che per l'Azienda rappresenta la sintesi perfetta di questa filosofia produttiva. Si tratta di un Metodo Classico che incarna lo stile autoctono di Bellaguardia: un vino che rifiuta scorciatoie commerciali, affidandosi esclusivamente al tempo per svelare la propria identità. Ogni bottiglia diventa così un racconto sensoriale, un frammento della Lessinia, plasmato attraverso un lavoro rigoroso e una visione stilistica precisa.

Il vino nasce da uve Durella 100%, vendemmiate rigorosamente a mano in piccole cassette per preservarne l’integrità organolettica. I vigneti sorgono sulla sommità della collina che ospita i celebri castelli di Giulietta e Romeo, a un’altitudine di circa 270 metri s.l.m. Questa posizione privilegiata, caratterizzata da un suolo minerale unico e un'esposizione solare ideale, crea l'habitat perfetto per un vitigno che predilige la tensione e la verticalità.

A differenza di altre interpretazioni, in questa versione di Metodo Classico la fermentazione malolattica viene svolta interamente; questa scelta tecnica permette di conferire al vino un equilibrio superiore e una tessitura setosa, mitigando l'esuberante acidità tipica della Durella senza scalfirne la vibrante energia.

Il tratto distintivo del Montecchi è senza dubbio il suo lungo affinamento. Il vino riposa per almeno 66 mesi sui lieviti selezionati nelle silenziose cantine aziendali. Questo lungo letargo permette lo sviluppo di una complessità aromatica straordinaria e di un perlage elegante, mai invadente. Il tempo cessa di essere un limite e diventa un alleato prezioso, capace di modellare una struttura profonda e una trama gustativa armoniosa.

Ma ora facciamolo esprimere:

Alla vista il Montecchi si presenta con un giallo dorato carico e luminoso, segno della lunga evoluzione e della natura del vitigno. Le bollicine sono fini, delicate, non abbondanti, coerenti con un Metodo Classico che ha riposato a lungo e che privilegia eleganza e precisione.

Il profilo olfattivo è intenso e raffinato. Emergono note floreali di calendula e camomilla, seguite da una marcata impronta minerale che richiama il suolo vulcanico dei Lessini. Le sfumature solfuree, tipiche della Durella, si intrecciano con sentori agrumati di cedro candito e arancia, creando un bouquet complesso, profondo e perfettamente riconoscibile.

In bocca il vino è fresco, sapido, polposo, con una struttura piena e coerente con quanto percepito al naso. La tensione minerale guida il sorso, mentre la componente glicerica dona equilibrio e rotondità. La persistenza è lunga, nitida, con un finale che richiama le note floreali e minerali, lasciando una sensazione pulita, elegante e vibrante. 

Il Montecchi di Bellaguardia non è solo un vino, ma un'esperienza sensoriale memorabile che unisce territorio, tecnica e identità. È l'omaggio definitivo alla Lessinia e al suo vitigno più iconico. 

Vivissimi complimenti al produttore!

Buone degustazioni a tutti!

D.B.


giovedì 8 gennaio 2026

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Vigneti terrazzati - storia, tecnica e impatto sul vino

Fedelissimi lettori di VinoDegustando eccoci di nuovo qui!

Oggi esploriamo la storia, la tecnica e il fascino dei
vigneti terrazzati
, paesaggi eroici che modellano identità, carattere e profondità dei grandi vini di montagna.

I vigneti terrazzati rappresentano una delle forme più antiche e affascinanti di viticoltura eroica. Sono paesaggi scolpiti dall’uomo, modellati per domare pendii ripidi e trasformare montagne e colline in luoghi fertili. Oggi questi vigneti non sono solo un patrimonio culturale, ma anche un simbolo di resilienza agricola e di straordinaria qualità enologica. Capire la loro storia, la tecnica costruttiva e l’impatto sul vino significa leggere la viticoltura attraverso una lente unica, dove natura e lavoro umano si fondono in un equilibrio millenario.

Origini storiche: quando la vite incontrò la montagna

I terrazzamenti viticoli hanno radici antiche. Le prime forme di coltivazione su gradoni risalgono alle civiltà mediterranee, in particolare ai Greci e ai Romani, che adattarono la vite ai pendii costieri e alle colline interne. Nel corso dei secoli, questa tecnica si diffuse in molte regioni europee: dalle Cinque Terre alla Valtellina, dalla Valle del Douro al Reno, fino ai terrazzamenti alpini e prealpini.

La logica era semplice e geniale: creare superfici piane dove la vite potesse crescere in modo stabile, evitando erosione, frane e perdita di suolo. Ogni terrazza diventava un piccolo ecosistema, capace di trattenere acqua, calore e nutrienti. Con il tempo, questi paesaggi sono diventati parte integrante dell’identità culturale dei territori, tanto da essere riconosciuti come patrimonio UNESCO in diverse aree.

Tecnica costruttiva: muri a secco e ingegneria naturale

La tecnica dei muri a secco è il cuore dei vigneti terrazzati. Si tratta di strutture costruite senza cemento, usando solo pietre locali incastrate con precisione. Questa scelta non è estetica, ma funzionale: i muri respirano, drenano l’acqua e si adattano ai movimenti del terreno.

Ogni terrazza richiede:

  • un muro di contenimento stabile
  • un piano coltivabile livellato
  • un sistema di drenaggio naturale
  • accessi per il lavoro manuale

La costruzione è lenta e complessa, spesso tramandata da generazioni. Oggi molti vigneti terrazzati sopravvivono grazie a interventi di recupero e manutenzione costante, poiché il loro equilibrio dipende dalla cura continua.

Viticoltura eroica: lavoro manuale e gestione del pendio

Coltivare un vigneto terrazzato significa affrontare una viticoltura definita “eroica”. Le pendenze sono elevate, i mezzi meccanici quasi impossibili da usare e ogni operazione deve essere svolta a mano: potatura, legatura, sfogliatura, vendemmia.

Questo comporta:

  • costi di produzione molto alti
  • tempi di lavoro più lunghi
  • rese più basse
  • selezione accurata dei grappoli

Ma proprio questa gestione manuale permette un controllo totale sulla pianta e sulla maturazione dell’uva, garantendo qualità costante anche in annate difficili.

Microclima e suolo: perché i terrazzamenti fanno la differenza

I vigneti terrazzati modificano profondamente il microclima del pendio. Le terrazze:

  • aumentano l’esposizione solare
  • trattengono calore nelle pietre
  • favoriscono ventilazione costante
  • riducono erosione e stress idrico

Il risultato è un ambiente ideale per la vite, che beneficia di maturazioni lente e regolari. Le radici penetrano tra le pietre, assorbendo minerali e microelementi che arricchiscono il profilo aromatico dell’uva.

Il suolo, spesso povero e sassoso, costringe la vite a uno sforzo maggiore, generando grappoli piccoli, concentrati e ricchi di sostanze fenoliche.

Impatto sul vino: identità, tensione e longevità

I vini provenienti da vigneti terrazzati hanno caratteristiche sensoriali riconoscibili. Sono vini:

  • intensi e profondi
  • ricchi di mineralità
  • dotati di grande tensione gustativa
  • spesso longevi
  • con profumi nitidi e stratificati

La combinazione di suolo povero, esposizione ottimale e gestione manuale crea vini che raccontano il territorio in modo diretto e autentico. Che si tratti di Nebbiolo valtellinese, Sciacchetrà ligure, Riesling renano o Porto del Douro, il filo conduttore è sempre la precisione aromatica e la struttura elegante.

Un patrimonio da proteggere

I vigneti terrazzati non sono solo un metodo agricolo, ma un’eredità culturale e paesaggistica. Rappresentano la capacità dell’uomo di adattarsi alla natura e di trasformare luoghi impervi in culle di grande vino. Proteggerli significa preservare storia, biodiversità e identità territoriale.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.

martedì 6 gennaio 2026

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Vigneti vecchi vs giovani - differenze fisiologiche e sensoriali

Amici del buon bere, benvenuti su VinoDegustando! 

Oggi esploriamo insieme come l’età del vigneto influenzi fisiologia, espressività e stile del vino, tra vigore giovanile e profondità dei vecchi ceppi.

Nel mondo della viticoltura, l’età del vigneto è un fattore spesso sottovalutato ma decisivo. I vigneti giovani e quelli vecchi si comportano in modo diverso, sia dal punto di vista fisiologico che sensoriale. Comprendere queste differenze aiuta a interpretare meglio il vino nel bicchiere e a valorizzare il potenziale di ogni parcella.

Fisiologia della vite: come cambia con l’età

Le viti giovani, nei primi 5-10 anni di vita, sono caratterizzate da un forte vigore vegetativo. Crescono rapidamente, producono molta chioma e tendono a generare rese elevate. Le radici sono ancora superficiali e non hanno esplorato in profondità il suolo. Questo si traduce in una risposta più diretta agli stimoli climatici e idrici, con una maggiore sensibilità agli stress ambientali.

Le viti vecchie, invece, hanno radici profonde e ben sviluppate. Nel tempo, la pianta ha imparato a modulare il proprio equilibrio tra vegetazione e frutto. Il vigore si riduce, la produzione si stabilizza e la vite diventa più resiliente. La circolazione della linfa rallenta, ma diventa più efficiente. Questo porta a grappoli meno numerosi, ma più concentrati e complessi.

Composizione dell’uva: concentrazione e maturità

Nei vigneti giovani, l’uva tende ad avere una maturazione più rapida e una composizione più semplice. Gli zuccheri si accumulano velocemente, ma l’equilibrio tra acidità e polifenoli può risultare instabile. I vini ottenuti sono spesso freschi, fruttati e immediati, ma con una struttura più leggera e una longevità limitata.

Nei vigneti vecchi, l’uva matura lentamente e in modo più armonico. La buccia è più spessa, il rapporto tra polpa e seme cambia, e la concentrazione di composti fenolici aumenta. I vini risultano più profondi, strutturati e capaci di evolvere nel tempo. La complessità aromatica è superiore, grazie a una maggiore presenza di precursori aromatici e minerali assorbiti dal suolo.

Profilo sensoriale: stile e identità nel bicchiere

I vini da viti giovani si distinguono per la loro vivacità. Sono spesso caratterizzati da note fruttate intense, acidità brillante e tannini morbidi. Ideali per un consumo giovane, esprimono la freschezza del vitigno e la vitalità del terroir.

I vini da viti vecchie, invece, offrono una trama gustativa più profonda. I profumi sono stratificati, con note terrose, speziate e minerali. La bocca è più ampia, con tannini fitti e ben integrati. La persistenza è superiore, e il vino mostra una firma territoriale più netta. In molti casi, sono vini da invecchiamento, capaci di raccontare il tempo e la memoria del vigneto.

Impatto sul terroir: radici, suolo e memoria

Le viti vecchie sono interpreti fedeli del terroir. Le radici profonde permettono di assorbire microelementi e minerali che le viti giovani non raggiungono. Questo si riflette nel profilo gustativo, che diventa più preciso e riconoscibile. Inoltre, la pianta ha vissuto molte annate, ha affrontato stress e adattamenti, e ha sviluppato una sorta di “memoria viticola” che si trasmette nel frutto.

Le viti giovani, pur essendo più reattive, non hanno ancora consolidato questo legame profondo con il suolo. Il vino che ne deriva è spesso più generico, meno legato al territorio, ma può offrire una lettura fresca e moderna del vitigno.

Possiamo quindi affermare che la scelta tra vigneti giovani e vecchi non è una questione di valore assoluto, ma di stile e obiettivo enologico. I vigneti giovani offrono energia, immediatezza e frutto. Quelli vecchi regalano profondità, complessità e identità. Entrambi possono avere un ruolo importante nella costruzione di un vino autentico.

Per il produttore, conoscere queste differenze significa poter modulare la vinificazione, scegliere le parcelle giuste per ogni etichetta e valorizzare al meglio il potenziale del vigneto. Per il degustatore, significa imparare a leggere il bicchiere con maggiore consapevolezza, riconoscendo la voce della vite
dietro ogni sorso.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.

sabato 3 gennaio 2026

Metodo Classico Pas Dosé "Sandrjolè" 2021 - Azienda Agricola Zatti

Buongiorno e ben ritrovati carissimi amici di VinoDegustando!

Oggi vi porto alla scoperta di uno Spumante Metodo Classico Pas Dosé che mi ha davvero colpito durante l’ultima edizione del FIVI, ospitata a BolognaFiere dal 15 al 17 novembre. Il protagonista è il “Sandrjolè” 2021, una cuvée raffinata prodotta dall’Azienda Agricola Zatti di Cavalgese della Riviera, nel cuore autentico della Valtènesi, territorio vocato della provincia di Brescia.

Groppello di Mocasina in purezza, una delle varietà più autentiche e identitarie della Valtènesi, qui vinificata in purezza per esprimere tutta la finezza del suo carattere territoriale. La vendemmia del 3 settembre 2021 ha consegnato uve perfettamente mature, raccolte esclusivamente a mano e adagiate in cassette per preservarne integrità e freschezza aromatica. Il vigneto affonda le radici in un terreno calcareo ricco di ciottoli, un suolo capace di garantire drenaggio ideale, mineralità e maturazioni lente. La gestione agronomica segue un approccio rispettoso e mirato: inerbimento dell’interfila per favorire biodiversità e stabilità del suolo, mentre sulla fila si interviene con lavorazioni meccaniche leggere per mantenere equilibrio vegeto‑produttivo. La densità d’impianto di 5000 ceppi per ettaro e il sistema di allevamento Guyot contribuiscono a una resa contenuta e a una qualità dell’uva elevatissima.

La produzione è volutamente limitata di sole 1500 bottiglie da 0,75 L, un numero che sottolinea l’artigianalità del progetto e la cura maniacale dedicata a ogni fase del processo.

La vinificazione segue un percorso rigoroso e delicato. Le uve vengono spremute sofficemente con pressa pneumatica, e solo il mosto fiore, la parte più pura e fine, viene destinato alla base spumante. La fermentazione, condotta per tre settimane a temperatura controllata, permette di preservare aromi primari e precisione gustativa. Terminata questa fase, il vino riposa per alcuni mesi sulle fecce nobili, acquisendo struttura, complessità e una tessitura più cremosa. Il tiraggio avviene utilizzando esclusivamente gli zuccheri del mosto della stessa uva, una scelta che rafforza coerenza aromatica e identità varietale. Segue una lunga sosta di 36 mesi sui lieviti, periodo durante il quale il vino sviluppa finezza, profondità e una bollicina elegante e persistente. Dopo la sboccatura non viene aggiunto alcun dosaggio: il rabbocco è effettuato con lo stesso vino, mantenendo un residuo zuccherino naturale di 1,5 g/L, frutto della sola fermentazione.

Ma ora .........ascoltiamolo!

Alla vista si presenta con un raffinato rosa antico, una tonalità buccia di cipolla tenue che anticipa finezza ed eleganza. Il colore, luminoso e delicato, richiama subito l’identità dei grandi rosati territoriali, quelli capaci di unire tradizione, precisione e carattere.

Il profilo olfattivo è intenso e coinvolgente. Si apre con fragoline di bosco, ribes e lamponi, seguiti da tocchi agrumati di pompelmo rosa e clementina che donano freschezza e verticalità. Le note floreali di rosa e calendula aggiungono grazia e profondità aromatica, mentre una scia di balsamicità e mineralità completa il quadro, regalando complessità e un’impronta territoriale netta. È un naso ricco, stratificato, capace di evolvere nel bicchiere e di raccontare la purezza del vitigno.

In bocca il vino conferma e amplifica le sensazioni percepite al naso. L’ingresso è freschissimo, con una sapidità vibrante e una struttura tesa, sostenuta da una piacevole componente glicerica che dona rotondità senza perdere slancio. La corrispondenza gusto‑olfattiva è impeccabile: ritornano i piccoli frutti rossi, gli agrumi e la mineralità che definisce il sorso. La persistenza è lunga, precisa, e si chiude con un finale caratterizzato da una marcata impronta minerale arricchita da una sottile e elegante nota di mandorla amara, tipica dei rosati più autentici e identitari.

Un vino che conquista per equilibrio, freschezza e profondità, perfetto per chi cerca uno Spumante Metodo Classico rosato capace di unire immediatezza e complessità, territorio e finezza.

Complimenti a Andrea Zatti per l'ottima interpretazione propost
a!

Buone degustazioni a tutti!

D.B.

giovedì 1 gennaio 2026

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Influenza dei suoli - argilla, calcare, sabbia, marne, scisti

 Benvenuti su VinoDegustando, è un vero piacere ritrovarvi qui!

Oggi vi porto dentro uno dei temi più affascinanti della viticoltura moderna e del mondo del vino di territorio: la terra, quella vera, quella che sostiene la vite giorno dopo giorno e ne guida carattere, identità ed espressività nel bicchiere. Parleremo di suoli viticoli, di radici profonde e di tutto ciò che, pur restando invisibile, determina in modo decisivo il profilo sensoriale, la struttura e la longevità del vino.

Argilla, calcare, sabbia, marne e scisti: cinque mondi diversi, cinque identità geologiche che modellano stile, aromi e capacità di invecchiamento. Sono elementi fondamentali del terroir, una realtà concreta che influenza ogni dettaglio organolettico del vino. Prendiamoci questo momento insieme: la terra ha molto da raccontare, e ogni vino è la sua voce più autentica.

Il suolo: la prima voce del terroir e della viticoltura

Il suolo è il primo pilastro del terroir e uno dei fattori più determinanti nella produzione di vini di alta qualità. Prima ancora del vitigno, del clima o della mano del produttore, è la terra a definire ritmo, energia, struttura e identità. Ogni suolo parla con un linguaggio diverso, e la vite risponde modulando vigore, maturazione, acidità e profilo aromatico.

Comprendere come argilla, calcare, sabbia, marne e scisti influenzano il vino significa leggere la geologia come una mappa sensoriale. È un viaggio che unisce scienza, storia e gusto, e spiega perché due vigne vicine possano generare vini profondamente diversi pur condividendo clima, esposizione e varietà. La terra imprime una firma unica e riconoscibile nel bicchiere.

Argilla: potenza, corpo e profondità

L’argilla è un suolo pesante, compatto e ricco di minerali, con un’elevata capacità di ritenzione idrica. La vite cresce con vigore moderato e sviluppa radici profonde. Il risultato è un’uva ricca di polifenoli, con bucce spesse e maturazione lenta.

I vini da suoli argillosi sono intensi, scuri, strutturati, con tannini fitti e corpo pieno. L’argilla dona forza, densità e volume. È il terreno ideale per rossi longevi come Sangiovese, Aglianico, Merlot e Nebbiolo. La trama gustativa è solida e profonda, coerente con la compattezza del suolo.

Calcare: eleganza, freschezza e verticalità

Il calcare è un suolo chiaro, povero e ricco di carbonato di calcio. Riflette luce e calore, favorendo una maturazione equilibrata. La vite produce poca uva, ma di qualità altissima.

I vini calcarei sono freschi, fini, verticali, con acidità viva e grande precisione aromatica. Il sorso è teso, slanciato, talvolta salino. È il terreno ideale per Pinot Noir, Chardonnay, Nebbiolo e molti bianchi minerali. La linearità e la tensione interna sono la loro firma.

Sabbia: finezza, profumi e tannini setosi

La sabbia è un suolo leggero, drenante e povero di nutrienti. La vite produce grappoli piccoli e concentrati negli aromi primari.

I vini sabbiosi sono profumati, delicati, eleganti, con tannini morbidi e setosi. La sabbia riduce la carica polifenolica, regalando rossi gentili e bianchi fragranti. È il suolo ideale per vitigni aromatici e per vini dalla grande purezza. Molte vigne prefillossera sopravvivono ancora oggi sulla sabbia, che ostacola naturalmente la fillossera.

Marne: equilibrio, complessità e armonia

Le marne, mix naturale di argilla e calcare, sono tra i suoli più nobili della viticoltura. Offrono un equilibrio perfetto tra nutrimento, drenaggio e gestione dello stress idrico.

I vini da marne sono complessi, profondi, armonici, con struttura e finezza in equilibrio. È il terreno dei grandi Barolo di La Morra, dei migliori Verdicchio e di molti vini alpini. La marna permette alla vite di esprimere un profilo completo, misurato e di grande eleganza.

Scisti: energia, calore e mineralità scura

Gli scisti sono rocce metamorfiche stratificate, ricche di microelementi e capaci di accumulare calore. Le radici penetrano tra le fratture alla ricerca di umidità.

I vini da scisti sono vibranti, intensi, energici, con mineralità scura e tensione elettrica. Il sorso è caldo, profondo, spesso affumicato. È il terreno ideale per Syrah, Riesling e molti rossi mediterranei di carattere.

Conclusione: il suolo come firma del vino

Argilla, calcare, sabbia, marne e scisti non sono semplici termini tecnici: sono identità geologiche che modellano la vite e il vino, creando stili e sensazioni uniche. Conoscerli significa leggere il territorio con occhi nuovi e riconoscere la voce profonda della terra da cui nasce ogni grande vino.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.

martedì 30 dicembre 2025

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Vitigni estinti o molto rari del Piemonte

Cari lettori e appassionati di vitigni rari e storie di territorio benvenuti su VinoDegustando!

Oggi vi accompagno in un viaggio affascinante tra le colline piemontesi, alla scoperta di alcuni vitigni storici estinti o quasi dimenticati, che custodiscono l’anima più autentica della nostra viticoltura; sono vitigni che parlano di montagne, tradizioni contadine, biodiversità e memoria agricola. Recuperarli significa dare nuova vita a un patrimonio prezioso, fatto di identità, resilienza e cultura.

Pronti a riscoprire ciò che il tempo aveva quasi cancellato?

Il Piemonte è noto per i suoi grandi vini, ma accanto ai vitigni celebri esiste un patrimonio nascosto fatto di uve rare, quasi estinte, che raccontano la storia più autentica della viticoltura alpina. Tra queste spiccano tre varietà affascinanti: Nebbiolo di Dronero, Bianchetta di Saluzzo e Rollo AnticoSono vitigni che un tempo popolavano le colline del Cuneese e delle valli torinesi, oggi sopravvissuti solo grazie alla passione di ricercatori e vignaioli. Riscoprirli significa dare voce alla biodiversità e recuperare un pezzo di identità piemontese.

Nebbiolo di Dronero: un rosso alpino dalla storia sorprendente

Il Nebbiolo di Dronero è un vitigno a bacca nera coltivato per secoli nelle valli del Cuneese, in particolare tra Dronero, la Valle Maira e la Valle Grana. Nonostante il nome, non è imparentato con il Nebbiolo classico: si tratta infatti del vitigno Chatus, originario dell’Ardèche francese e introdotto in Piemonte in epoca medievale. La sua storia è ricca di scambi culturali, migrazioni e adattamenti montani.

Il grappolo è compatto, l’acino scuro e la buccia ricca di pruina. È un vitigno rustico, capace di resistere al freddo e ai terreni poveri delle valli alpine. I vini ottenuti sono di colore rubino intenso, con profumi di ciliegia, piccoli frutti e leggere note erbacee. Al palato mostrano freschezza, tannino fine e una struttura agile, ideale per vini territoriali e per assemblaggi tradizionali. Oggi il Nebbiolo di Dronero è oggetto di un rinnovato interesse, grazie al suo carattere autentico e alla sua forte identità alpina.

Bianchetta di Saluzzo: un bianco raro dalle colline del Cuneese

La Bianchetta di Saluzzo è un vitigno bianco quasi scomparso, un tempo diffuso nelle colline attorno a Saluzzo, Revello e Pagno. Non va confuso con la Bianchetta Genovese o con la Bianchetta Trevigiana: si tratta di una varietà autonoma, parte della biodiversità minore piemontese.

Il grappolo è piccolo e spargolo, l’acino giallo‑verde e la buccia sottile. È un vitigno che ama i pendii freschi e ventilati, ma soffre le annate umide. I vini storici erano descritti come freschi, leggeri, floreali, con note di agrumi e mela verde. La Bianchetta di Saluzzo veniva spesso usata in assemblaggio per dare acidità e vivacità ai vini locali. Oggi sopravvive in pochi ceppi e in collezioni sperimentali, ma rappresenta un esempio prezioso di viticoltura antica, legata alla vita rurale del Cuneese.

Il suo recupero potrebbe offrire nuove opportunità per vini bianchi snelli, territoriali e coerenti con la crescente domanda di freschezza e autenticità.

Rollo Antico: un bianco perduto tra Piemonte e Liguria

Il Rollo Antico è un vitigno bianco quasi estinto, citato in documenti tra Ottocento e Novecento nelle zone tra Langhe meridionali, Val Bormida e aree interne della Liguria. Non va confuso con il Rollo ligure, sinonimo locale del Vermentino: il Rollo Antico è una varietà distinta, parte di un gruppo di uve bianche storiche oggi quasi scomparse.

Il grappolo è medio e spargolo, l’acino piccolo e la buccia sottile. È un vitigno rustico, capace di mantenere acidità anche in annate calde. I vini erano descritti come freschi, secchi, floreali, con note di erbe e agrumi. Era usato per vini quotidiani e per tagliare uve più morbide. La sua identità genetica non è ancora del tutto chiarita, ma sembra appartenere a un antico ceppo comune alle varietà bianche del Nord‑Ovest.

Un patrimonio da salvare

Nebbiolo di Dronero, Bianchetta di Saluzzo e Rollo Antico rappresentano tre storie diverse, unite da un filo comune: la biodiversità piemontese. Recuperare questi vitigni significa dare valore alla memoria agricola, creare vini unici e offrire nuove prospettive alla viticoltura di montagna. In un mercato che premia identità e autenticità, questi vitigni rari possono diventare una risorsa preziosa per il futuro del Piemonte.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.