giovedì 2 aprile 2026

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Acidità e pH - Perché il controllo degli acidi (tartarico, malico, lattico) è cruciale per la freschezza e la stabilità del vino.

Lettori di VinoDegustando, buongiorno!

L'articolo di oggi è rivolto a chi ama capire davvero cosa cosa c’è in un calice di vino: entriamo nel cuore tecnico della freschezza: acidità e pH, due parametri che guidano stile, equilibrio e longevità.

L’acidità è uno dei pilastri sensoriali del vino. Senza acidi ben gestiti, anche la migliore uva perde tensione, energia e precisione aromatica. Il pH, invece, è il valore che racconta la forza reale degli acidi e la loro capacità di proteggere il vino nel tempo. Capire come funzionano tartarico, malico e lattico significa comprendere perché un vino resta stabile, fresco e pulito.

Perché l’acidità è così importante

L’acidità non è solo una sensazione gustativa: è un sistema complesso che influenza colore, aromi, struttura, stabilità microbiologica e capacità di invecchiamento. Un vino con acidità troppo bassa appare piatto, molle, poco brillante. Al contrario, un vino con acidità eccessiva risulta duro, tagliente, squilibrato.

Gli acidi principali dell’uva e del vino sono tre:

  • Acido tartarico
  • Acido malico
  • Acido lattico

Ognuno ha un ruolo preciso e un impatto diverso sul profilo finale.

Acido tartarico: la spina dorsale della freschezza

L’acido tartarico è l’acido più stabile e caratteristico della vite. Non viene metabolizzato dai lieviti e rimane quasi invariato durante la fermentazione. È l’acido che definisce la struttura acida di base, quello che dà al vino la sua sensazione di tensione e pulizia.

  • Resiste al calore
  • Mantiene il pH basso
  • Stabilizza colore e aromi
  • Favorisce la longevità

Un vino ricco di tartarico ha una freschezza naturale più solida e una maggiore protezione contro ossidazioni e alterazioni.

Acido malico: energia verde e potenziale evolutivo

L’acido malico è più “vivo” e reattivo. È l’acido delle mele acerbe, quello che dà una sensazione più tagliente e vibrante. La sua particolarità è che può essere trasformato in acido lattico tramite fermentazione malolattica.

Se il malico resta alto, il vino appare:

  • più teso
  • più acido
  • più “verde”

Se invece viene trasformato in lattico, il vino diventa:

  • più morbido
  • più rotondo
  • più stabile

La gestione del malico è una delle scelte più strategiche per lo stile del vino.

Acido lattico: morbidezza e stabilità

L’acido lattico nasce dalla conversione del malico. È più dolce, meno aggressivo, più cremoso. La sua presenza indica che il vino ha completato la malolattica, un processo che:

  • riduce l’acidità totale
  • abbassa il rischio di fermentazioni indesiderate
  • aumenta la stabilità microbiologica
  • dona note più morbide e burrose

Nei vini rossi è quasi sempre desiderata. Nei bianchi dipende dallo stile: ad esempio un Chardonnay può beneficiarne, un Riesling no.

Il ruolo cruciale del pH

L’acidità totale misura la quantità di acidi. Il pH misura la loro forza.

Un pH basso (3,0–3,3) significa:

  • maggiore freschezza
  • colore più stabile
  • aromi più nitidi
  • protezione naturale contro batteri e ossidazioni

Un pH alto (3,5–3,8) rende il vino:

  • più vulnerabile
  • meno brillante
  • più difficile da conservare

Per questo il pH è uno dei parametri più monitorati in cantina.

Perché il controllo degli acidi è decisivo

Gestire tartarico, malico e lattico permette al produttore di:

  • definire lo stile del vino
  • garantire stabilità nel tempo
  • proteggere colore e aromi
  • evitare difetti microbiologici
  • creare equilibrio tra freschezza e morbidezza

È un lavoro di precisione che inizia in vigna e si perfeziona in cantina.

Quindi possiamo dire che acidità e pH non sono numeri astratti: sono la grammatica della freschezza e lo possono essere anche della longevità. Un vino con acidi ben calibrati è vivo, stabile, luminoso. Un vino con acidi fuori controllo perde identità e forza. Per questo il controllo degli acidi è una delle competenze più decisive nella vinificazione moderna: è qui che nasce la vera armonia del vino.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.





martedì 31 marzo 2026

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Vitigni estinti o molto rari della Valle d'Aosta

 Buongiorno e benvenuti in VinoDegustando!

Oggi vi porto in un viaggio tra i vitigni più rari della Valle d’Aosta, un mondo vivo di storia, monti e vigne che resistono al tempo con forza e grande fascino.

La Valle d’Aosta è una terra che custodisce tesori nascosti, spesso lontani dai riflettori dei grandi vini italiani. Qui, tra pendii ripidi e microclimi unici, sopravvivono varietà antiche che parlano di tradizioni, famiglie e paesaggi scolpiti dal vento. Sono vitigni che rischiavano di sparire, salvati da pochi vignaioli tenaci e oggi riscoperti da chi cerca autenticità, identità e carattere. In questo racconto esploriamo quattro varietà quasi perdute: Blanc Comun, Prié Blanc, Vuillermin e Crovassa. Ognuna ha una storia distinta, un profilo raro e un legame profondo con la montagna.

Blanc Commun: il bianco che sfiora il mito

Il Blanc Commun è uno dei vitigni più enigmatici della Valle d’Aosta. Per anni è stato dato per estinto, poi ritrovato in poche pergole antiche, spesso legate a case di montagna ormai vuote. Il suo nome richiama un’idea di semplicità, ma la sua storia è tutt’altro che comune. È un bianco che nasceva per il consumo locale, vinificato in modo diretto e senza pretese, ma dotato di una freschezza naturale che oggi appare sorprendente.

Il Blanc Comun è un vitigno che parla di un tempo in cui la vite era parte della vita quotidiana, non un prodotto da mercato. La sua rarità attuale lo rende un simbolo di biodiversità alpina. I pochi esperimenti moderni mostrano vini chiari, sottili, con note di erbe, fiori e pietra bagnata. È un vitigno che merita attenzione, perché rappresenta un frammento autentico della memoria agricola valdostana.

Prié Blanc: il bianco del Monte Bianco

Il Prié Blanc è più noto, ma resta comunque una rarità assoluta. È l’unico vitigno europeo coltivato in modo esteso su piede franco, grazie all’altitudine estrema dei vigneti di Morgex e La Salle, spesso oltre i 1.000 metri. Qui la fillossera non è mai arrivata, e il Prié Blanc vive ancora libero, come nel XIX secolo.

Il suo profilo è limpido, teso, alpino. Il vino che ne nasce è fresco, vivo, con note di agrumi, fiori bianchi e neve sciolta. È un vitigno che incarna la montagna: resistente, puro, essenziale. La sua rarità non deriva dalla scomparsa, ma dalla difficoltà di coltivarlo in un ambiente così duro. Ogni grappolo è frutto di un lavoro eroico, spesso manuale, che rende il Prié Blanc un simbolo della viticoltura estrema.

Vuillermin: il rosso salvato in extremis

Il Vuillermin è un rosso che per decenni è rimasto nascosto, quasi dimenticato. Negli anni ’90 ne sopravvivevano pochi ceppi sparsi, riconosciuti grazie a un lavoro di ricerca ampelografica che ha permesso di salvarlo. Oggi è coltivato in superfici minime, ma sta vivendo una piccola rinascita.

Il suo carattere è fine, elegante, con tannini leggeri e note di frutti rossi, spezie e fiori secchi. È un rosso che non cerca potenza, ma grazia. Il Vuillermin è un vitigno che racconta la parte più delicata della Valle d’Aosta, quella fatta di piccoli borghi, vigne minute e mani che lavorano con cura. È una varietà che merita di essere conosciuta, perché offre un volto diverso del vino alpino: più morbido, più sottile, più intimo.

Crovassa: l’ombra che ritorna

La Crovassa è forse la più misteriosa tra queste varietà. Per anni è stata citata solo in documenti antichi, poi ritrovata in pochi filari isolati. È un vitigno rosso raro, legato alle zone più ripide della bassa Valle. Il suo nome richiama la roccia, la terra scura, la fatica.

Il vino che ne nasce è intenso, con note di mora, terra e spezie. Ha un carattere rustico ma sincero, che parla di vigne dure e di un clima severo. La Crovassa è un vitigno che rischiava di sparire del tutto, ma oggi torna a vivere grazie a chi crede nel valore della biodiversità alpina.

PURTROPPO NON SONO RIUSCITO A TROVARE FOTOGRAFIE DEL BLANC COMMUN E DELLA CROVASSA

Buone degustazioni a tutti!

D.B.

 


sabato 28 marzo 2026

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Gestione dell'Ossigeno nell'Imbottigliamento - Nuove tecnologie che permettono di ridurre l'ossigeno in bottiglia.

Buongiorno a tutti i lettori di VinoDegustando

Oggi affrontiamo un tema chiave per chi vive il mondo del vino con cura tecnica e visione moderna: la gestione dell’ossigeno in fase di imbottigliamento. Un ambito che sta cambiando rapidamente grazie a soluzioni innovative come il sistema Ricamo, pensato per ridurre l’ossigeno in bottiglia e, di conseguenza, l’uso dei solfiti. Un passo avanti verso vini più stabili, più puliti e più rispettosi del consumatore.

Perché l’ossigeno è un nemico silenzioso

L’ossigeno è un elemento vitale per la vita, ma un avversario per il vino. Anche piccole quantità di O₂ introdotte in fase di imbottigliamento possono:

  • accelerare l’ossidazione
  • alterare colore e profilo aromatico
  • ridurre la shelf‑life
  • aumentare la necessità di solfiti

Il problema è che l’ossigeno entra in gioco in vari punti: tubazioni, riempimento, testa di bottiglia, tappatura. Ogni micro‑ingresso può sommare effetti negativi nel tempo. Per questo la gestione dell’O₂ è diventata una priorità per cantine moderne e produttori orientati alla qualità.

Il ruolo dei solfiti: utili, ma da ridurre

I solfiti restano uno dei più efficaci strumenti di protezione del vino. Tuttavia, il mercato chiede:

  • etichette più pulite
  • vini più “naturali”
  • minori allergeni
  • maggiore sostenibilità

Ridurre i solfiti senza compromettere la stabilità è possibile solo se si controlla l’ossigeno in modo rigoroso. E qui entrano in gioco le nuove tecnologie.

Ricamo: una tecnologia che cambia il paradigma

Il sistema Ricamo nasce per affrontare il problema alla radice: ridurre drasticamente l’ossigeno disciolto e l’ossigeno in testa (TPO) durante l’imbottigliamento. Il suo approccio è semplice nella logica, ma avanzato nella tecnica.

Ricamo opera su tre fronti:

  1. Gestione attiva del flusso Ottimizza il riempimento per limitare turbolenze e ingressi d’aria.
  2. Controllo della testa di bottiglia Riduce il volume di ossigeno residuo prima della tappatura.
  3. Riduzione del TPO Minimizza l’ossigeno totale presente in bottiglia, migliorando la stabilità del vino.

Il risultato è un imbottigliamento più pulito, più costante e più sicuro dal punto di vista ossidativo.

Perché questa tecnologia è così importante

1. Riduzione dei solfiti

Meno ossigeno significa meno necessità di protezione chimica. Le cantine possono ridurre i solfiti mantenendo stabilità e freschezza.

2. Migliore shelf‑life

Un vino con basso TPO evolve più lentamente e in modo più armonico.

3. Maggiore coerenza tra lotti

La gestione dell’ossigeno è uno dei fattori che più influenzano la variabilità. Ridurla significa offrire un prodotto più stabile e prevedibile.

4. Vantaggio competitivo

Il mercato premia i vini con profilo più pulito, minor impatto solfitico e maggiore integrità aromatica.

Ossigeno e qualità sensoriale: un legame diretto

Il controllo dell’ossigeno non è solo una questione tecnica, ma sensoriale. Un vino imbottigliato con O₂ sotto controllo mostra:

  • aromi più nitidi
  • colore più stabile
  • minor rischio di note ossidative
  • maggiore freschezza nel tempo

Questo vale per bianchi, rosati, rossi giovani e perfino per vini strutturati che richiedono evoluzione lenta e controllata.

Ridurre l’ossigeno significa ridurre i costi

Un aspetto spesso sottovalutato è l’impatto economico. Un sistema come Ricamo permette di:

  • ridurre scarti e resi
  • diminuire interventi correttivi
  • ottimizzare l’uso dei solfiti
  • migliorare la stabilità logistica

La gestione dell’ossigeno diventa quindi un investimento che genera ritorni concreti.

Verso un’imbottigliamento più sostenibile

La sostenibilità non è solo un claim: è un percorso tecnico. Ridurre l’ossigeno e i solfiti significa:

  • meno additivi
  • meno sprechi
  • maggiore durata del prodotto
  • minore impatto ambientale

Tecnologie come Ricamo si inseriscono perfettamente in questa visione, offrendo strumenti reali per migliorare la qualità senza aumentare la complessità operativa.

Quindi possiamo concludere dicendo che la gestione dell’ossigeno è oggi uno dei fattori più strategici nell’imbottigliamento. Soluzioni innovative come il sistema Ricamo permettono di ridurre l’O₂ in bottiglia, migliorare la stabilità del vino e diminuire l’uso dei solfiti, rispondendo alle esigenze di mercato e alle aspettative dei consumatori.

Un passo avanti verso vini più puri, più longevi e più sostenibili.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.



giovedì 26 marzo 2026

Amarone della Valpolicella D.O.C. "Campo dei Gigli" 2003 - Tenuta Sant'Antonio

Buongiorno e buon we a tutti gli appassionati di vino e fedeli lettori di VinoDegustando!

Oggi voglio raccontarti una nuova degustazione che è anche un ritorno, quasi un viaggio nella memoria. Ho deciso infatti di riassaggiare un vino che avevo già recensito qualche anno fa, esattamente il 23 maggio 2021: l’Amarone della Valpolicella D.O.C. “Campo dei Gigli” 2003 di Tenuta Sant’Antonio, una delle affascinanti realtà della Valpolicella, con sede a Lavagno, in provincia di Verona. È un vino che porta con sé storia, tecnica, territorio e una personalità che merita di essere ascoltata con calma, soprattutto dopo tanti anni di evoluzione.

Questo Amarone nasce nel Comune di Mezzane di Sotto, in Località Monti Garbi, un’area che regala vini intensi grazie a un suolo chiaro, ricco di scheletro calcareo e con una frazione limo sabbiosa che dona tensione e finezza. I vigneti si trovano a 300 metri di altitudine, un dettaglio che incide sulla freschezza e sulla qualità delle uve. Il blend è quello classico di questa Denominazione, con Corvina, Corvinone, Rondinella, Croatina e Oseleta, vitigni che insieme raccontano la tradizione più autentica della Valpolicella. Le viti hanno un’età media di quarant’anni e sono allevate con la tradizionale Pergola Veronese, con una densità di circa 3.300 ceppi per ettaro. La resa d’uva è contenuta, 70 quintali per ettaro, perfetta per ottenere uve ricche e adatte all’appassimento.

La vendemmia avviene con una doppia cernita manuale in plateaux, un gesto che racconta cura e selezione. Una volta in cantina, le uve vengono portate nei fruttai, i locali dedicati all’appassimento, dove restano per tre mesi. Qui perdono acqua, si concentrano e si trasformano lentamente. Dopo questo lungo riposo, viene estratto solo il mosto più ricco. La fermentazione alcolica si svolge in acciaio a temperatura controllata per due o tre settimane, mentre la malolattica avviene in modo naturale in tonneaux da cinquecento litri. L’affinamento prosegue in tonneaux nuove per tre anni, seguito da un lungo riposo in bottiglia prima della commercializzazione.

Nel calice il vino si presenta con un rosso granato intenso, profondo, con unghia leggermente mattonata ma ancora viva. La brillantezza è sorprendente per un millesimo come il 2003, segno di una materia prima solida e di un’evoluzione ben condotta. Il naso è un viaggio affascinante, ampio, elegante, ricco di sfumature. Si apre con una marasca matura e succosa, poi emergono note terrose di humus e foglie secche. Seguono toni balsamici di ginepro e china, spezie dolci come noce moscata e chiodi di garofano, un pout‑pourri di fiori secchi, cioccolato fondente e una chiusura minerale che richiama grafite e goudron. È un profilo aromatico davvero strepitoso, complesso e raffinato.

In bocca il vino è caldo, sapido, glicerico, coerente con il naso e dotato di buona persistenza. Tuttavia, la nota alcolica risulta un po’ troppo evidente e finisce per sbilanciare l’armonia complessiva. Il finale è dominato da sensazioni minerali e speziate, piacevoli ma meno eleganti rispetto al profilo olfattivo. Un dettaglio che non si può ignorare riguarda il tappo, che durante l'estrazione si è rotto. È possibile che questo abbia inciso sulla performance gustativa, rendendo la bocca meno performante rispetto al naso.

Resta comunque un Amarone di grande fascino, capace di raccontare la Valpolicella più autentica, fatta di tradizione, appassimento e vigne storiche. È un vino che si esprime al meglio con piatti di carne rossa, selvaggina, brasati o una succulenta e ricca grigliata. Un compagno ideale per una cena importante o per un momento di calma in cui lasciarsi avvolgere da profumi e ricordi. 

Buone degustazioni a tutti!

D.B.



martedì 24 marzo 2026

Derthona Due.Zero 2026: l’anteprima che celebra il Timorasso e la sua rinascita - 28, 29 e 30 marzo a Tortona

Cari appassionati di vino, bentrovati su VinoDegustando!

Oggi vi porto nel cuore dei Colli Tortonesi, dove sta per tornare uno degli eventi più attesi dagli amanti dei grandi bianchi italiani: Derthona Due.Zero, l’anteprima dedicata al Derthona Timorasso, un vino che negli ultimi anni ha conquistato critica, mercato e pubblico grazie alla sua identità forte e alla sua sorprendente capacità evolutiva.

Dal 28 al 30 marzo 2026, Tortona diventa la capitale del Timorasso, con oltre 50 produttori pronti a presentare in anteprima le annate 2024 e le Riserve 2023. Tre giorni intensi, ricchi di degustazioni, incontri e approfondimenti, ospitati nella suggestiva cornice del Museo Orsi, luogo simbolo della storia agricola del territorio.

Un evento che cresce insieme al suo vino simbolo

Giunta alla sesta edizione, l’anteprima Derthona Due.Zero è ormai un appuntamento fisso per chi vuole capire l’evoluzione del Timorasso, un vitigno che negli ultimi anni ha vissuto una rinascita straordinaria. Come sottolinea Gian Paolo Repetto, presidente del Consorzio Tutela Vini Colli Tortonesi:

“Siamo tra le poche denominazioni italiane che hanno registrato una crescita costante, sia nei volumi che nelle vendite. Il merito è del Derthona Timorasso, sempre più riconosciuto per identità e qualità.”

Una crescita che non è solo numerica, ma culturale. Il Timorasso è diventato un simbolo del territorio, un vino capace di raccontare la storia dei Colli Tortonesi e la visione dei vignaioli che lo hanno riportato alla vita.

Timorasso: un vitigno antico che guarda al futuro

Il Timorasso è uno dei vitigni bianchi più affascinanti d’Italia. Le sue radici affondano nel Medioevo, tra colline ripide e suoli ricchi di marne azzurre, le stesse che caratterizzano aree iconiche come Barolo e parte della Toscana. Il suo habitat naturale si estende lungo sei valli – Ossona, Grue, Curone, Scrivia, Borbera e Spinti – un mosaico di microclimi che dona al vino una complessità unica.

La sua rinascita moderna è merito di un gruppo di vignaioli visionari. Tra i pionieri spiccano Walter Massa, Andrea Mutti e Paolo Poggio, che negli anni ’80 hanno creduto nel potenziale di questo vitigno quasi dimenticato, avviando un percorso che oggi appare come un vero caso di studio nel panorama enologico italiano.

I numeri parlano chiaro:

  • nel 2009 gli ettari vitati erano 25

  • nel 2025 hanno superato 500 ettari

  • la produzione ha raggiunto 1.700.000 bottiglie, quasi il doppio rispetto al 2024, penalizzato dalla peronospora

Una crescita costante, che non ha intaccato la qualità né il valore delle uve, rimasto stabile nonostante la forte domanda.

Un vino sempre più internazionale

Il Derthona Timorasso non è più un segreto per pochi. Oggi circa il 50% della produzione è destinato all’export, con mercati solidi come Stati Uniti, Canada e Nord Europa, e nuove destinazioni in forte espansione come Corea del Sud, Australia e Giappone.

Un successo che conferma la vocazione internazionale del Timorasso, un bianco capace di evolvere nel tempo come i grandi vini da invecchiamento.

Degustazioni, masterclass e un territorio da scoprire

Il programma di Derthona Due.Zero è ricco e ben strutturato. Oltre al grande banco d’assaggio, sono previste due masterclass – sabato e domenica alle 16:00 – dedicate all’approfondimento tecnico e sensoriale del Timorasso.

Ma l’evento non celebra solo il vino. Rientra infatti nel progetto “L’Isola dei Bianchi del Piemonte: la sua filiera”, che valorizza anche le eccellenze gastronomiche dei Colli Tortonesi:

  • Salame Nobile del Giarolo

  • Ortolana Derthona e conserve locali

  • Formaggio Montebore

  • Pesche di Volpedo, marmellate e confetture

  • Fragole e ciliegie di Garbagna

Un paniere territoriale che racconta un’identità agricola ricca, autentica e profondamente legata alla terra.

Orari e ingressi

Location: Museo Orsi – Via Emilia 446, Tortona (AL)

  • Sabato 28 marzo, 10:00–18:00 – Appassionati, operatori, stampa

  • Domenica 29 marzo, 10:00–18:00 – Appassionati, operatori, stampa

  • Lunedì 30 marzo, 11:00–16:00 – Solo operatori del settore

Per Informazioni, Registrazioni e ticket      https://collitortonesi.com/eventi/derthona-due-zero/

Buone degustazioni a tutti!

D.B.



sabato 21 marzo 2026

Primitivo Gioia del Colle D.O.C. "Etichetta Bianca" Riserva 2020 - Plantamura

Buongiorno e buon sabato, cari amici di VinoDegustando!

Oggi vi porto con me tra i ricordi più vivi della mia visita alla Slow Wine Fair di BolognaFiere, svoltasi dal 22 al 24 febbraio. Tra i tanti assaggi che hanno segnato il percorso, alcuni hanno saputo emergere con forza, eleganza e identità, tra questi anche il Primitivo Riserva Etichetta Bianca 2020, prodotto dall’Azienda Plantamura, realtà radicata nelle colline di Gioia del Colle, in contrada San Pietro.

Un vino che non si limita a essere degustato, ma che si offre come racconto, come espressione sincera di una terra storicamente vocata alla coltivazione del Primitivo.

Le uve provengono da vecchi vigneti ad alberello, una forma di allevamento che rappresenta la memoria agricola di questo territorio. Ogni pianta cresce con equilibrio naturale, gestendo luce e calore in modo autonomo grazie alla sua struttura compatta. L’azienda lavora in agricoltura biologica certificata AIAB, un approccio che tutela suolo, biodiversità e qualità del frutto. Il terreno è fertile e argilloso, ricco di minerali e capace di trattenere l’umidità, garantendo nutrimento costante e maturazioni lente, dense di aromi e sfumature.

La densità di impianto è quella tradizionale, pensata per ottenere grappoli sani e concentrati. La produzione massima è di 60 quintali di uva per ettaro, un valore contenuto che permette di esaltare finezza, equilibrio e intensità. La vendemmia avviene nella prima decade di settembre, con raccolta manuale in cassette, così da preservare integrità e freschezza delle uve. Ogni gesto è calibrato per rispettare la materia prima e accompagnarla verso un’espressione autentica e pulita.

Dopo la fermentazione, il vino segue un percorso di affinamento che ne definisce stile e profondità: 12 mesi in acciaio, per mantenere purezza e tensione, seguiti da 12 mesi in bottiglia, dove struttura e aromi trovano armonia e coesione. Il grado alcolico varia secondo l’annata, riflettendo con sincerità il clima e la natura del territorio. Il risultato è un Primitivo Riserva che unisce eleganza, identità e una sorprendente capacità di raccontare la sua origine.

Ma ora a lui la parola:

alla vista si presenta color rosso granato carico, luminoso e profondo, con unghia appena tendente al mattonato, segno di una maturità ben integrata. È un colore che invita alla calma, alla concentrazione, alla voglia di scoprire cosa si nasconde dietro quella tonalità intensa e avvolgente.

Il naso è un viaggio ricco e stratificato. L’impatto è intenso ed elegantissimo, con un profilo che si apre su marasca matura, prugna disidratata e mirtilli. Subito dopo emergono note balsamiche di bacche di ginepro, seguite da sfumature terrose di humus, che aggiungono profondità e un tocco quasi boschivo. Il quadro aromatico si arricchisce poi di cioccolato, grafite e un iniziale sentore di gudron, che dona complessità e un carattere austero, tipico dei grandi rossi.

In bocca, il vino conferma la sua natura armonica. L’ingresso è fresco e sapido, sostenuto da tannini nobili, ben integrati e levigati dal tempo. La struttura è piena ma equilibrata, con una corrispondenza gusto-olfattiva impeccabile. La persistenza è lunga, profonda, con un finale minerale e balsamico che invita al sorso successivo e lascia una scia elegante e pulita.

Questo Primitivo Riserva esprime un profilo intenso, armonico e profondamente legato alla sua terra. È un vino che parla con sincerità, senza eccessi e che riesce a unire tradizione, identità e una finezza sorprendente. Un compagno ideale per chi cerca vini autentici, ricchi di storia e capaci di emozionare.

Da abbinare a piatti importanti di carne rossa o selvaggina, ricchi di gusto e sapori.

Buone degustazionia tutti!

D.B.



giovedì 19 marzo 2026

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Fermentazioni Spontanee vs Controllate - Analisi dei pro e dei contro

Cari lettori di VinoDegustando, bentrovati! 

Oggi affrontiamo un tema che divide, appassiona e spesso crea veri schieramenti nel mondo del vino: la scelta tra fermentazioni spontanee e fermentazioni controllate. Due approcci diversi, due visioni quasi opposte, ma entrambi capaci di dare vita a vini autentici, coerenti e profondamente legati alla filosofia del produttore.

La fermentazione è il cuore del vino. È il momento in cui il mosto cambia natura, si trasforma, prende forma e carattere. E proprio in questa fase si gioca una parte decisiva dell’identità finale del vino. Scegliere tra lieviti indigeni e lieviti selezionati non è solo una scelta tecnica: è una dichiarazione di intenti.

Fermentazione spontanea: la voce del territorio

La fermentazione spontanea si basa sui lieviti indigeni, presenti sulle bucce e nell’ambiente di cantina. È un processo vivo, naturale, spesso imprevedibile. Per molti produttori rappresenta la via più diretta per esprimere il territorio, il clima, la storia del vigneto.

Punti di forza

  • Identità territoriale intensa I lieviti indigeni sono parte del luogo. Ogni vigneto ha un proprio profilo microbico, e questo si riflette nel vino con note uniche e irripetibili.
  • Maggiore complessità aromatica La presenza di più ceppi attivi in fasi diverse crea fermentazioni ricche, stratificate, con sfumature che emergono nel tempo.
  • Coerenza con pratiche artigianali Per chi segue un approccio naturale o a basso intervento, la fermentazione spontanea è quasi un simbolo.

Punti critici

  • Rischio di deviazioni Flora debole o stressata può lasciare spazio a microrganismi indesiderati, con difetti come volatile alta, riduzioni o arresti fermentativi.
  • Scarsa ripetibilità Ogni annata può cambiare molto, rendendo difficile mantenere uno stile costante.
  • Gestione più complessa Serve attenzione, pulizia rigorosa e capacità di intervenire senza snaturare il processo.

La fermentazione spontanea è un atto di fiducia. Il produttore accetta una parte di rischio per ottenere un vino più vivo, più territoriale, più narrativo.

Fermentazione controllata: precisione e stabilità

La fermentazione controllata utilizza lieviti selezionati, ceppi studiati per garantire efficienza, pulizia aromatica e prevedibilità. È la scelta più diffusa nella moderna enologia, soprattutto quando si punta a vini tecnicamente impeccabili.

Punti di forza

  • Affidabilità elevata I lieviti selezionati avviano la fermentazione in modo rapido e stabile, riducendo il rischio di problemi.
  • Ripetibilità dello stile Ideale per cantine che vogliono offrire un profilo costante anno dopo anno.
  • Controllo aromatico Esistono ceppi pensati per esaltare note fruttate, floreali o varietali, utili per valorizzare vitigni delicati.

Punti critici

  • Minor espressione territoriale Il vino può risultare più standardizzato, con profili simili a quelli di altre zone che usano gli stessi ceppi.
  • Rischio di uniformità L’uso diffuso degli stessi lieviti può appiattire le differenze tra territori.
  • Dipendenza dalla tecnologia Il processo richiede controllo preciso di temperature, nutrienti e tempi.

La fermentazione controllata è una scelta di coerenza: il produttore privilegia la pulizia aromatica e la stabilità rispetto alla spontaneità.

Due strade, una sola domanda: cosa vuole raccontare il vino?

Non esiste un metodo migliore in assoluto. La fermentazione spontanea è perfetta per chi vuole vini identitari, profondi, capaci di raccontare il luogo più che la mano dell’uomo. La fermentazione controllata è ideale per chi cerca precisione, eleganza tecnica e affidabilità.

Molti produttori oggi adottano approcci ibridi: avviano la fermentazione con lieviti indigeni e intervengono solo se necessario, oppure usano selezionati neutri per non coprire il carattere varietale.

Alla fine, la scelta dipende da una visione: vuoi un vino che sorprende, o un vino che rassicura? Vuoi raccontare il territorio, o garantire uno stile? In entrambi i casi, la fermentazione resta il cuore pulsante del vino, il momento in cui l’uva diventa racconto.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.



martedì 17 marzo 2026

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Vitigni estinti o molto rari della Liguria

Un caro saluto ai lettori di VinoDegustando!

Oggi vi porto in un angolo affascinante della viticoltura italiana, dove la storia incontra la resilienza e dove le vigne raccontano secoli di lavoro, fatica e identità. La Liguria, con i suoi terrazzamenti sospesi tra mare e monti, custodisce un patrimonio ampelografico unico, fatto di vitigni rari, antichi e spesso sopravvissuti solo grazie alla tenacia di pochi vignaioli. Tra questi, quattro varietà meritano un racconto speciale: Lumassina, Bosco, Pollera Nera e Ciliegiolo Ligure.

La Lumassina, conosciuta anche come Mataòssu, è uno dei vitigni più identitari del Ponente ligure. Il nome, secondo alcune interpretazioni, deriverebbe da lumassa, cioè lumaca, forse per la lentezza della maturazione o per l’abbinamento tradizionale con le lumache. È un’uva antica, documentata già nell’Ottocento, che per decenni ha rischiato di scomparire, sopravvivendo in piccoli appezzamenti familiari tra il Savonese, l’entroterra di Finale Ligure, Quiliano e Orco Feglino. Il suo grappolo è medio, piramidale e spesso spargolo, con acino giallo‑verde e buccia sottile. La maturazione è tardiva, e questo contribuisce al suo profilo fresco e vibrante. I vini di Lumassina sono sapidi, agrumati, leggeri, con note di erbe mediterranee e una piacevole vena minerale. La sua acidità naturale la rende ideale anche per spumanti artigianali. Curiosamente, è geneticamente distinta dal Mataòssu di Savona, nonostante la frequente confusione tra i due nomi.

Spostandoci verso Levante, incontriamo il Bosco, vitigno bianco raro ma fondamentale per la storia enologica delle Cinque Terre. È uno dei pilastri del Cinque Terre DOC, dove viene assemblato con Albarola e Vermentino. Storicamente era il vitigno più diffuso sui terrazzamenti a picco sul mare, grazie alla sua straordinaria resistenza al caldo, al vento salmastro e alla siccità. Il grappolo è compatto e cilindrico, l’acino piccolo con buccia spessa, e la vigoria elevata. I vini di Bosco sono strutturati, sapidi, caldi, con note di frutta gialla, erbe aromatiche e una tipica impronta salmastra che racconta il mare. È anche la base del celebre Sciacchetrà, dove dona corpo, longevità e profondità. Non a caso veniva considerato il vitigno “forte” dei terrazzamenti liguri, capace di sopravvivere dove altri non avrebbero resistito.

Tra i rossi, la Polera Nera (o Pollera Nera) è una vera reliquia. Oggi è quasi estinta in Liguria, ma sopravvive in piccole quantità nella Lunigiana toscana. In passato era diffusa tra La Spezia e la Val di Vara, dove veniva utilizzata per vini quotidiani, leggeri e fragranti. Il grappolo è grande e allungato, piuttosto spargolo, con acino medio e buccia sottile. La maturazione è medio‑tardiva. I vini di Polera Nera sono delicati, poco tannici, con note di frutti rossi, viola e spezie dolci. È un rosso “gentile”, più vicino allo stile dei vini di montagna che ai rossi mediterranei. Il nome potrebbe derivare da pollera, cioè pollaio, forse per la forma del grappolo o per l’uso quotidiano del vino nelle famiglie contadine.

Chiudiamo con il Ciliegiolo Ligure, un biotipo locale del più noto Ciliegiolo toscano, ma con caratteristiche proprie. In Liguria ha trovato un habitat ideale nei suoli poveri e ventilati del Golfo del Tigullio, della Val di Vara e dell’entroterra spezzino. Il grappolo è medio e compatto, l’acino grande e succoso, la vigoria buona. I vini sono fruttati, morbidi, freschi, con note di ciliegia croccante, fragola, rosa e leggere spezie. Rispetto alle versioni toscane, il Ciliegiolo Ligure mostra spesso una vena più sapida e minerale, segno del forte legame con il territorio. Alcuni vecchi filari presentano caratteristiche genetiche leggermente diverse, tanto da essere considerati quasi un vitigno autonomo.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.


sabato 14 marzo 2026

Campania Aglianico I.G.T. "Cretazzone" 2017 - Crypta Castagnara

Cari amici di VinoDegustando, buongiorno e buon weekend!

Ecco oggi un altro vino assaggiato durante la mia visita alla Slow Wine Fair di BolognaFiere, tenutasi dal 22 al 24 febbraio scorso: il Campania Aglianico I.G.T. "Cretazzone" 2017, prodotto dall’Azienda Crypta Castagnara, situata a Taverna del Monaco, in provincia di Avellino.

Un vino che racconta il territorio con intensità e precisione, frutto di un blend calibrato: 90% aglianico e 10% merlot, coltivati nella zona di Grottonella, a un’altitudine compresa tra i 450 e i 500 metri sul livello del mare. I vigneti sono allevati a cordone speronato e la vendemmia avviene tardivamente, con una parte delle uve che appassiscono ulteriormente in fruttaio. L’affinamento è lungo e meditato: almeno tre anni di invecchiamento, di cui due in botti di rovere francese, seguiti da oltre sei mesi in bottiglia.

Alla vista, il Cretazzone 2017 si presenta con un rosso granato carico, impreziosito da un’unghia che tende al mattonato. Un colore profondo, che già anticipa la complessità del vino.

Al naso è l’eleganza la protagonista; il bouquet è ampio, etereo e stratificato, si apre con ciliegia matura sotto spirito e prugna disidratata, per poi virare su note terrose di sottobosco, come humus e foglie secche. Seguono spezie di pepe nero  e la balsamicità delle bacche di sambuco, e infine sfumature cioccolatose e minerali di grafite. Un profilo olfattivo che invita alla riflessione, capace di raccontare il tempo e la cura.

In bocca, il vino conferma le promesse, è fresco, sapido, con un corpo importante, tannini nobili, setosi, ben integrati, e la struttura è equilibrata. La corrispondenza con il naso è evidente, e la persistenza è lunga, profonda, con un finale che richiama le note speziate e minerali.

Il Cretazzone 2017 è un vino che non cerca scorciatoie. Ogni fase della sua produzione è pensata per esaltare la tipicità dell’aglianico, arricchita da un tocco di merlot che ne ammorbidisce le asperità senza snaturarne l’identità. L’altitudine dei vigneti, la vendemmia tardiva, l’appassimento parziale e l’affinamento prolungato contribuiscono a creare un vino profondo, elegante e territoriale.

Durante la degustazione, ho percepito una coerenza stilistica che riflette la filosofia dell’azienda: rispetto per la materia prima, attenzione ai dettagli e volontà di raccontare il territorio con autenticità. Crypta Castagnara si conferma una realtà da seguire, capace di coniugare tradizione e innovazione.

Il Cretazzone 2017 è un vino che si presta a lunghe meditazioni, ma anche a abbinamenti gastronomici di carattere. Perfetto con carni rosse, formaggi stagionati, piatti della cucina irpina. Un compagno ideale per chi cerca profondità e complessità, senza rinunciare alla freschezza e alla bevibilità.

In conclusione, questo assaggio alla Slow Wine Fair è stato una scoperta preziosa. Il Cretazzone 2017 è un vino che merita attenzione, capace di emozionare e di lasciare il segno. Un esempio virtuoso di come l’aglianico, se ben interpretato, possa raggiungere vette espressive altissime.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.