martedì 27 gennaio 2026

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Vitigni estinti o molto rari della Sicilia

Ciao e bentornati su VinoDegustando!

In questa nuova puntata della Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando, vi  accompagnerò in viaggio dentro la Sicilia più segreta, quella che vive nei vigneti antichi, nei terrazzamenti delle isole, nei suoli sabbiosi del Trapanese e nelle colline dei Nebrodi. Qui sopravvivono vitigni rari, quasi estinti, che raccontano la storia profonda dell’isola. In questo articolo vi parlerò di cinque uve preziose, salvate da vignaioli coraggiosi e oggi simbolo della biodiversità siciliana.

Inzolia Nera – Sicilia Occidentale (Marsala, Menfi)

L’Inzolia Nera è un vitigno rosso antico della Sicilia occidentale, meno noto della versione bianca ma ricco di identità. Non è una mutazione dell’Inzolia Bianca: studi genetici mostrano un incrocio spontaneo tra Sangiovese e un vitigno ignoto. Le prime citazioni risalgono al 1696, mentre nel XIX secolo veniva descritta come uva fine e dal mosto elegante.

Il grappolo è medio, conico o cilindrico, spesso alato. L’acino è scuro, ellissoidale, con polpa soda. La pianta è vigorosa e matura tardi. Il vino ha colore tenue, profumi speziati e vegetali, struttura lieve e un finale amarognolo. Oggi è oggetto di recupero tra Marsala e Menfi, dove alcuni produttori stanno riportando alla luce questo raro vitigno autoctono.

Corinto Nero – Isole Eolie (Lipari, Salina)

Il Corinto Nero è il simbolo enologico delle Isole Eolie, in particolare di Lipari. Ha origini greche e arrivò in Sicilia con i coloni dell’antica Corinto. A Lipari alcuni ceppi secolari sono sopravvissuti alla fillossera grazie ai terreni sabbiosi e vulcanici, restando su piede franco.

Una sua caratteristica unica è l’apirinia: gli acini sono piccoli e privi di semi. Per questo veniva usato anche per la celebre passolina di Lipari. Il grappolo è piccolo e compatto, con buccia sottile blu-nera.

Nel vino dona colore e profondità alla Malvasia delle Lipari DOC, dove entra in piccola quota. Vinificato in purezza, spesso come IGP Salina, dà rossi rubino chiaro, con note di lampone, ciliegia, pepe nero e una marcata impronta minerale vulcanica, tipica dei suoli eoliani.

Oriddu – Sicilia Occidentale e Siracusano

L’Oriddu è uno dei vitigni reliquia a bacca nera, più rari della Sicilia. È stato salvato grazie ai progetti di recupero del germoplasma viticolo condotti dall’IRVOS e dalla Regione Siciliana. È stato ritrovato in vecchi vigneti misti della Sicilia occidentale e del siracusano, spesso come vite isolata. Dal 2014 è iscritto al Registro Nazionale, ma resta coltivato in pochissimi ettari sperimentali.

Il grappolo è medio, conico o piramidale, piuttosto spargolo. L’acino è blu-nero, pruinosa, di media consistenza. Matura nella seconda metà di settembre.

Le micro-vinificazioni mostrano un vino rubino vivo, con profumi di lampone, ciliegia, violetta e leggere spezie. In bocca è fresco, agile, con tannini morbidi e una bevibilità moderna, in linea con la tendenza verso rossi più leggeri. È raro trovarlo in purezza: spesso viene usato in blend per dare freschezza aromatica.

Albanello – Sud-Est Sicilia (Siracusa, Ragusa, Vittoria, Noto)

L’Albanello è un antico vitigno bianco del sud-est siciliano, un tempo centrale tra Siracusa e Ragusa. Le prime citazioni scritte risalgono al XVIII secolo. Era il compagno bianco del Cerasuolo di Vittoria. Dopo la fillossera rischiò l’estinzione per la sua coltivazione difficile. Oggi vive una rinascita grazie a vignaioli di Vittoria e Noto.

Il grappolo è medio, compatto, spesso alato. L’acino è giallo dorato o ambrato. Matura tardi e accumula molti zuccheri mantenendo buona acidità.

In versione secca dà vini ricchi, giallo carico, con note di frutta gialla, mandorla e fieno. In versione dolce, grazie all’appassimento, offre aromi di miele, datteri e albicocca. È uno dei pochi bianchi siciliani con grande capacità di invecchiamento. Storicamente era noto come “vino dei Lord”.

Recunu – Sicilia Nord-Orientale (Messina, Nebrodi, Peloritani)

Il Recunu è un vitigno bianco rarissimo, legato ai territori dei Nebrodi e dei Peloritani, nella provincia di Messina. Sopravvisse solo in vecchi vigneti familiari fino ai progetti di recupero dell’IRVOS, che lo hanno portato nel Registro Nazionale nel 2014.

Il grappolo è medio, conico, spesso alato. L’acino è verde-giallo, pruinosa, di buona consistenza. La pianta è vigorosa e si adatta bene ai terreni poveri e ventilati delle zone tirreniche.

Il vino ha acidità alta, freschezza viva, profumi di fiori bianchi, agrumi e una forte impronta minerale. In bocca è sapido, teso e versatile. Oggi è vinificato in purezza da pochi produttori o usato in blend per dare energia aromatica.

Buone degustazioni a tutti!

 D.B.

domenica 25 gennaio 2026

Franciacorta P.R. Brut s.a. - Monte Rossa

Buongiorno e buon we a tutti i wine lovers! Benvenuti su VinoDegustando!

Per il vino di oggi ho deciso di portarvi in una delle zone più celebri dell’intero panorama vitivinicolo lombardo: la Franciacorta, terra di bollicine e di vigneti che raccontano storia, tecnica e passione.

Il vino in questione è il Franciacorta P.R. Brut s.a. prodotto da Monte Rossa.

Il P.R. di Monte Rossa nasce come un omaggio, prima ancora che come un vino. Un tributo ai 35 anni di attività della storica cantina franciacortina e, soprattutto, alle due figure che ne hanno scritto la visione: Paola Rovetta, pioniera assoluta del metodo classico in Franciacorta fin dagli anni Settanta, e Paolo Rabotti, promotore instancabile del territorio, fondatore del Consorzio Franciacorta e suo primo presidente. Le loro iniziali, P.R., diventano così un simbolo di gratitudine e continuità, un sigillo che racconta l’identità profonda dell’azienda.

Il cuore del P.R. è uno Chardonnay in purezza, costruito con rigore e sensibilità. La cuvée nasce infatti da un 65% di Chardonnay proveniente dai migliori cru aziendali e da un 35% di vino di riserva, selezionato per dare complessità, equilibrio e profondità aromatica. I 22 cru che compongono il mosaico produttivo di Monte Rossa si estendono su 78 ettari distribuiti strategicamente sulle colline moreniche della Franciacorta, nei comuni di Bornato, Brescia, Cazzago San Martino, Passirano, Adro, Iseo e Rodengo Saiano. Un patrimonio viticolo variegato, modellato da suoli glaciali, con inserti sabbiosi e argillosi che aggiungono sfumature minerali e tensione gustativa.

I vigneti sono allevati a spalliera, con potature Guyot e Cordone speronato, scelte che permettono di gestire al meglio vigoria, equilibrio vegeto‑produttivo e qualità del frutto. La densità d’impianto è di 5.000 ceppi per ettaro, mentre l’età media delle viti si attesta intorno ai 18 anni, un periodo ideale per ottenere uve mature, concentrate e capaci di esprimere il carattere del territorio.

La resa è contenuta entro i 95 quintali per ettaro, e la raccolta manuale in cassette garantisce integrità e selezione accurata dei grappoli. La pressatura è soffice, con estrazione della sola frazione più fine del mosto, pari a non oltre il 55% della resa: una scelta che privilegia eleganza, purezza aromatica e precisione gustativa. Ogni cru viene vinificato separatamente, così da preservare le peculiarità di ciascun vigneto e costruire, in fase di assemblaggio, un equilibrio armonico e complesso.

La fermentazione avviene in tini d’acciaio e in botti di rovere, un dialogo tra freschezza e struttura che definisce lo stile Monte Rossa. Il percorso si completa con un affinamento sui lieviti di oltre 24 mesi, tempo necessario per sviluppare finezza, cremosità e quella profondità aromatica che rende il P.R. un Franciacorta di grande personalità.

Più che una cuvée celebrativa, il P.R. parla di storia, di territorio, di scelte agronomiche e stilistiche che hanno segnato la Franciacorta moderna. Un vino che porta nel calice l’eredità dei suoi fondatori e la visione di una cantina che continua a innovare senza mai tradire le proprie radici.

Ma ora assaggiamolo:

Alla vista si presenta con un paglierino pallido luminoso, attraversato da riflessi verdolini che ne sottolineano la freschezza. Il perlage è abbondante e fine, vivace nel calice e capace di dare subito un senso di energia.

Il profilo olfattivo è elegante e intenso, costruito su una trama aromatica precisa e stratificata. Si apre con note agrumate di bergamotto e lime, fresche e vibranti, seguite da un cuore floreale di robinia e biancospino. Emergono poi sfumature erbacee di fieno, accenti speziati di pepe bianco e zenzero, e una chiusura che richiama mineralità e balsamicità, a completare un bouquet complesso e raffinato.

In bocca è freschissimo, teso e sapido, perfettamente coerente con quanto percepito al naso. L’acidità, piuttosto marcata e amplificata dalle note verdi, mette leggermente alla prova l’armonia complessiva. La persistenza è notevole, con un finale che ritorna deciso sulle sensazioni agrumate e balsamiche, lasciando una scia pulita e vibrante.

Il Franciacorta P.R. Brut, si gusta bene come aperitivo, o abbinato a piatti di pesce cucinati elegantemente in maniera semplice come ad esempio all'acqua pazza, rispettando le caratteristiche del pesce.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.


venerdì 23 gennaio 2026

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Microterroir - perché due filari identici danno vini diversi

Bentortati affezionati di amici VinoDegustando!

Il mondo del vino ama le grandi storie: territori iconici, vitigni nobili, annate memorabili. Ma spesso la verità più affascinante si nasconde in dettagli minuscoli, quasi invisibili. È il caso del microterroir, un concetto che spiega perché due filari identici, piantati nello stesso vigneto, con lo stesso vitigno e la stessa gestione agronomica, possano dare vini diversi. Non è magia, e non è un mito romantico: è scienza, natura e sensibilità del vignaiolo. Capire il microterroir significa entrare nel cuore più profondo della viticoltura moderna.

Cos’è davvero il microterroir

Il terroir è l’insieme di suolo, clima, vitigno e intervento umano. Il microterroir è la sua versione più fine, più precisa, più intima. Si parla di microterroir quando si analizzano variazioni minime all’interno della stessa parcella: pochi metri, a volte pochi centimetri, che cambiano il modo in cui la vite cresce, matura e si esprime nel vino.

Il microterroir è fatto di:

  • micro-differenze nel suolo
  • piccole variazioni di pendenza
  • ombre, correnti d’aria, riflessi di luce
  • differenze di umidità
  • microfauna e microbioma del terreno
  • gestione del suolo e del fogliame

Ogni fattore è minuscolo, ma la somma crea un profilo unico.

Il suolo:

Anche in un vigneto omogeneo, il suolo non è mai davvero uniforme. Due filari vicini possono avere:

  • più argilla in un punto
  • più sabbia in un altro
  • un livello diverso di scheletro
  • una profondità variabile dello strato fertile
  • radici che incontrano pietre, vene calcaree o zone più compatte

Queste differenze cambiano:

  • la ritenzione idrica
  • la temperatura del suolo
  • la velocità di maturazione
  • la concentrazione aromatica

Un filare può dare uve più ricche e tanniche, l’altro più fresche e leggere. Stesso vitigno, stesso vigneto, vino diverso.

Luce e calore:

La luce non cade mai in modo perfettamente uniforme. Un filare può ricevere:

  • più sole al mattino
  • più ombra nel pomeriggio
  • un riflesso da un muro o da un terreno chiaro
  • una brezza costante che asciuga prima la rugiada

Questi dettagli influenzano:

  • fotosintesi
  • maturazione fenolica
  • spessore della buccia
  • sviluppo degli aromi

Un grappolo più esposto avrà bucce più spesse e tannini più marcati. Uno più ombreggiato sarà più fresco, più delicato, più acido.

Acqua e umidità:

L’acqua è uno dei fattori più sensibili. Anche una piccola differenza nella pendenza del terreno può cambiare:

  • drenaggio
  • stress idrico
  • vigoria
  • dimensione degli acini

Un filare che trattiene più acqua produce uve più grandi e succose. Un filare più asciutto concentra zuccheri, aromi e tannini. Il vino cambia, anche se tutto il resto sembra identico.

Microbioma del suolo:

Il terreno è vivo. Ogni metro ospita una comunità diversa di:

  • batteri
  • funghi
  • lieviti
  • micorrize

Questi organismi influenzano:

  • assorbimento dei nutrienti
  • resistenza della vite
  • aromi primari e secondari
  • fermentazioni spontanee

Due filari possono avere microbiomi diversi e quindi vini diversi. È un universo invisibile, ma potentissimo.

Piccoli gesti, grandi effetti:

Anche la mano del vignaiolo crea microterroir. Piccole differenze nella gestione possono cambiare tutto:

  • potatura leggermente diversa
  • sfogliatura più o meno intensa
  • un passaggio di trattore che compatta il suolo
  • un ritardo di un giorno nella vendemmia

La vite reagisce a ogni gesto. E il vino racconta ogni dettaglio.

Perché il microterroir interessa così tanto oggi

Il mercato del vino premia:

  • autenticità
  • identità territoriale
  • unicità
  • trasparenza

Il microterroir permette di:

  • valorizzare piccole parcelle
  • creare microvinificazioni
  • raccontare storie vere
  • produrre vini più complessi e profondi

È la risposta artigianale alla standardizzazione globale.

Microvinificazioni:

Sempre più cantine vinificano separatamente:

  • singoli filari
  • singole parcelle
  • singole esposizioni

Questo permette di:

  • capire il potenziale di ogni microzona
  • creare cuvée più precise
  • valorizzare differenze naturali
  • produrre etichette da collezione

Il microterroir diventa così uno strumento di ricerca e di stile e ci ricorda che il vino non è mai un prodotto industriale. È un organismo vivo, sensibile, mutevole. Due filari identici non daranno mai lo stesso vino perché la natura non è mai identica. Ogni metro di vigneto è un mondo, ogni grappolo una storia, ogni vino un racconto irripetibile.

Buone Degustazioni a tutti!

D.B.


martedì 20 gennaio 2026

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Vitigni estinti o molto rari della Puglia

Buongiorno e bentornati amici di VinoDegustando!

La Puglia custodisce vitigni celebri e uve quasi scomparse, sopravvissute in vecchie vigne o recuperate da agronomi e piccoli produttori. Con la rubrica “Approfondimenti Tecnici” di VinoDegustando esploriamo alcuni di questi vitigni rarissimi, frammenti di storia che raccontano identità, territorio e biodiversità pugliese.

1) Uva di Troia Bianca:

è uno dei vitigni a bacca bianca più rari e affascinanti della Puglia, un’antica varietà quasi scomparsa che oggi sopravvive in piccole parcelle nel Nord della regione, soprattutto tra Lucera, Troia, Bovino e il Subappennino Dauno. Da non confondere con il più noto Nero di Troia, questa “bianca” è un biotipo distinto, storicamente coltivato nelle campagne della Daunia e oggi al centro di importanti progetti di recupero. Le sue bacche bianche sono piccole, con buccia sottile e buona acidità naturale, mentre il grappolo è compatto e regolare. Vitigno rustico e resistente alla siccità, matura tra fine settembre e inizio ottobre.

Dal punto di vista enologico dà vita a vini freschi, floreali e fruttati, con note di biancospino, camomilla, pera e mela, accompagnate da sfumature minerali e un finale sapido. Ideale per vinificazioni in purezza o in blend, rappresenta una vera gemma per chi cerca biodiversità viticola e varietà autoctone da valorizzare.

2) Pampanuto Storico:

 è un affascinante vitigno autoctono pugliese a bacca bianca, oggi riscoperto e valorizzato dopo decenni di quasi totale abbandono. Diffuso soprattutto nell’area di Bari, tra Gioia del Colle, Acquaviva delle Fonti e Adelfia, rappresenta una delle varietà più autentiche della tradizione contadina locale. Documentato già nell’Ottocento, veniva coltivato in piccoli appezzamenti familiari e utilizzato per dare freschezza e bevibilità ai vini della zona. Le sue caratteristiche ampelografiche lo rendono unico: bacca bianca medio-piccola, buccia sottile, grappolo compatto e una naturale acidità che si mantiene anche a maturazione avanzata. Vitigno rustico e resistente alla siccità, matura tra fine settembre e inizio ottobre, conservando una sorprendente freschezza anche nelle annate più calde.

Dal punto di vista enologico offre vini floreali, fruttati, con note erbacee e sfumature minerali, freschi e sapidi al palato. Ideale in purezza o in blend, è oggi un simbolo di biodiversità viticola e di identità territoriale pugliese.

3) Greco Nero di Puglia:

è un vitigno a bacca nera antico e rarissimo, un’autentica reliquia della Capitanata, coltivato in piccole parcelle tra Lucera, Troia, Bovino e il Subappennino Dauno. Sopravvissuto grazie alla cura di famiglie contadine e oggi al centro di progetti di recupero, rappresenta una delle espressioni più autentiche della biodiversità viticola pugliese. Non va confuso con il Greco Nero calabrese né con il Greco Bianco: questo è un biotipo pugliese distinto, con caratteristiche uniche. Le sue bacche nere, piccole e dalla buccia spessa, danno vita a vini intensi e territoriali. Al naso emergono amarena, prugna, mora e ribes, con spezie dolci e note balsamiche. Al palato offre struttura, tannini fini e un finale caldo e speziato.

Tradizionalmente usato come vitigno da taglio, oggi vive una nuova stagione grazie a micro-cantine che lo vinificano in purezza, ottenendo rossi eleganti, gastronomici e profondamente identitari. Un vitigno da riscoprire per chi cerca autenticità e storia nel calice.

4) Ottavianello:

è uno dei vitigni più affascinanti della Puglia, un’uva a bacca nera storicamente coltivata tra Ostuni, l’Alto Salento e alcune piccole parcelle del Barese. Pur essendo oggi considerato un vitigno autoctono pugliese, ha origini francesi: corrisponde infatti al Cinsault, varietà tipica del Sud della Francia e della Valle del Rodano. Arrivato in Puglia nell’Ottocento, ha trovato nel clima caldo e ventilato dell’Adriatico un habitat ideale, radicandosi profondamente nella tradizione locale e diventando il simbolo della DOC OstuniLe sue bacche medio-piccole e la buccia sottile danno vita a vini profumati e mediterranei. Al naso emergono ciliegia, fragolina, lampone, rosa e violetta, con leggere spezie dolci. Al palato l’Ottavianello è fresco, elegante, scorrevole, con tannini morbidi e acidità vivace.

Perfetto in purezza o in blend, offre rossi leggeri e rosati fragranti, ideali per chi cerca vini moderni, territoriali e ricchi di identità. Un vitigno da riscoprire per chi
ama la biodiversità pugliese.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.

sabato 17 gennaio 2026

Piemonte D.O.C. Pinot Nero " Bricco del Falco" 2011 - Isolabella della Croce

Buongiorno e buon weekend a tutti voi, amici appassionati di vino e affezionati lettori di VinoDegustando.

Oggi vi porto di nuovo tra le colline Astigiane nella Cantina Isolabella della Croce, una realtà che seguo sempre con grande piacere e che, ogni volta, riesce a regalare emozioni nuove. Qui lavora l’amico Andrea Elegir, enologo attento e sensibile, capace di dare forma a vini che parlano di territorio, tecnica e passione. Ogni sua etichetta è un racconto, un piccolo mondo che prende vita nel calice, e quella di oggi merita davvero spazio e attenzione: il Piemonte D.O.C. Pinot Nero “Bricco del Falco” 2011.

Il “Bricco del Falco” è un Pinot Nero in purezza, frutto di una selezione attenta e di una gestione della vigna che punta alla piena maturazione del frutto. Le uve vengono raccolte a mano, diraspate e pigiate con delicatezza per preservare ogni sfumatura del vitigno. La prima fase della fermentazione avviene in vinificatori orizzontali, a temperatura controllata tra 24° e 26°C, con follature lente e misurate per estrarre solo ciò che serve. Quando il mosto raggiunge i 7–8 gradi alcolici, viene svinato e diviso in due percorsi distinti: una parte passa nel tino Vinooxygen, dove completa la fermentazione alcolica, svolge la malolattica e avvia la fase di affinamento; l’altra parte resta in acciaio fino al termine delle fermentazioni, per poi essere trasferita in barriques e tonneaux, così da arricchire ulteriormente il profilo del vino.

Un processo lungo, paziente, che permette al vino di sviluppare struttura, finezza e una complessità aromatica rara, frutto di scelte tecniche ponderate e di una visione chiara.

Nel calice il “Bricco del Falco” si presenta con un rosso granato fitto e luminoso, segno di un’evoluzione elegante e ben gestita. Il colore, profondo ma vivo, anticipa un vino ricco di sfumature e pronto a raccontare la sua storia con calma e precisione.

Il naso è intenso, elegante, austero e balsamico. Il bouquet è ampio e si apre con note fruttate di marasca sotto spirito e prugna disidratata. Seguono sentori speziati di noce moscata, pepe nero e chiodi di garofano, che si intrecciano con richiami dolci di vaniglia. La parte più profonda del profilo olfattivo richiama il sottobosco, con humus, foglie secche e bacche di sambuco. Poi emergono toni più scuri e avvolgenti: tabacco, cioccolato, cuoio. Il finale del bouquet è segnato da una chiara impronta minerale, con grafite e un lieve e iniziale accenno di goudron, tipico dei Pinot Nero più maturi e complessi, che aggiunge un tocco di fascino e profondità.

Un naso ricco, stratificato, che evolve nel tempo e invita a tornare più volte sul calice per cogliere ogni dettaglio.

In bocca il vino è freschissimo, sapido, balsamico e verticale. La struttura è piena, il corpo è imponente ma sempre elegante, sostenuto da tannini nobili e setosi ancora in evoluzione. La corrispondenza naso-bocca è impeccabile: ritornano le note fruttate, le spezie, la parte terrosa e la mineralità che chiude il sorso. La persistenza è lunga, pulita, con un finale che unisce balsamicità e mineralità, lasciando una scia fine e profonda che invita a un nuovo assaggio.

Un vino che mostra grande equilibrio e un
potenziale evolutivo ancora molto ampio. Una bottiglia che oggi emoziona, ma che nei prossimi anni potrà esprimere ancora più sfumature, ampliando il suo ventaglio aromatico e la sua eleganza naturale. Il “Bricco del Falco” si abbina in modo ideale a piatti di carne, ricchi di sapore, come carne alla brace, arrosti importanti o piatti di selvaggina. La sua struttura e la sua complessità lo rendono perfetto per accompagnare cene intense e conviviali, dove il vino diventa parte del dialogo e della serata.

Un grande lavoro, Andrea. Chapeau!!!

Il “Bricco del Falco” è un Pinot Nero che merita attenzione, tempo e rispetto. Un vino che racconta il Piemonte con voce chiara e profonda, senza forzature, con la naturalezza di chi sa da dove viene e dove vuole arrivare.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.

giovedì 15 gennaio 2026

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Esposizione e pendenza - come influenzano maturazione e stile

Benvenuti su VinoDegustando, il blog in cui il mondo del vino viene raccontato con passione, precisione e un occhio sempre attento ai dettagli che fanno davvero la differenza.

Oggi esploreremo un tema da non sottovalutare mai: il ruolo dell’esposizione e della pendenza nella maturazione dell’uva e nello stile finale dei vini. Due fattori apparentemente banali, ma capaci di trasformare profondamente il carattere di un vigneto e l’identità dell’ etichetta.

Nel mondo del vino, ogni dettaglio conta. Tra i fattori che influenzano profondamente la qualità e lo stile di un’ etichetta, esposizione e pendenza del vigneto rappresentano due pilastri fondamentali. Non si tratta solo di coordinate geografiche, ma di veri e propri strumenti agronomici che agiscono su luce, calore, drenaggio e maturazione. Comprendere come questi elementi interagiscano con la vite significa leggere il vino con maggiore consapevolezza e apprezzarne le sfumature più autentiche.

Esposizione: la direzione della luce

L’orientamento dei filari rispetto ai punti cardinali determina la quantità e la qualità della luce solare ricevuta durante il ciclo vegetativo. In Italia, come in gran parte dell’emisfero nord, le esposizioni sud, sud-est e sud-ovest sono considerate le più favorevoli per la viticoltura di qualità.

  • Sud-est: ideale per varietà che richiedono una maturazione lenta e graduale.
  • Sud-ovest: perfetta per uve che beneficiano del calore pomeridiano, utile per sviluppare zuccheri e concentrazione.
  • Sud pieno: garantisce massima insolazione, utile nei climi freschi o per vitigni tardivi.
  • Nord: spesso evitata, ma utile in zone calde o per basi spumanti, dove si cerca freschezza e acidità.
  • Est: riceve luce mattutina, meno intensa, riducendo il rischio di scottature.
  • Ovest: riceve luce nelle ore più calde, accelerando la sintesi fenolica ma aumentando lo stress termico.

L’esposizione influisce direttamente sullo stile del vino. Vigneti ben esposti producono uve più mature, con aromi intensi, tannini rotondi e gradazioni alcoliche più equilibrate. Al contrario, esposizioni più fresche generano vini snelli, acidi, minerali.

Pendenza: inclinazione e drenaggio

La pendenza del terreno agisce su due fronti principali: idrologia e intercettazione luminosa. Un suolo inclinato favorisce il drenaggio naturale, evitando ristagni idrici che possono diluire la concentrazione degli acini e favorire lo sviluppo di patologie fungine. Inoltre, migliora la circolazione dell’aria, riducendo il rischio di muffe e malattie.

  • Pendenze dolci (5–15%): equilibrio tra drenaggio e lavorabilità.
  • Pendenze medie (15–30%): ideali per vitigni sensibili all’umidità, come Pinot Nero o Nebbiolo.
  • Pendenze elevate (>30%): richiedono vendemmia manuale e grande attenzione agronomica. Qui si parla di viticoltura eroica, dove ogni gesto riflette l’unicità del territorio.

Dal punto di vista termico, la pendenza modifica l’angolo di incidenza dei raggi solari. Un terreno inclinato verso il sole riceve una radiazione più intensa, creando un microclima unico con forti escursioni termiche tra giorno e notte. Questo favorisce la fissazione dei pigmenti e lo sviluppo di un profilo aromatico complesso e stratificato.

Stile e maturazione: il vino come espressione del paesaggio

La combinazione di esposizione e pendenza modella lo stile del vino in modo inequivocabile:

  1. Vini strutturati e intensi: nati da pendenze elevate ed esposizioni calde. Presentano alcol sostenuto, tannini vellutati e note di frutta matura.
  2. Vini freschi e minerali: derivano da esposizioni più fredde o terreni pianeggianti in zone ventilate. Offrono acidità vibrante e sentori floreali o agrumati.
  3. Vini da lungo invecchiamento: frutto di un equilibrio perfetto tra pendenza e esposizione, con rese contenute e piena maturità fenolica.

Un versante ben esposto e inclinato può anticipare la maturazione anche di una o due settimane rispetto ad uno meno favorevole. Questo incide sulla scelta della vendemmia, sulla composizione chimica dell’uva e sul profilo sensoriale del vino.

Quindi esposizione e pendenza non sono semplici variabili tecniche: sono decisioni stilistiche profonde. Ogni produttore che sceglie dove impiantare un vigneto sta già definendo il carattere del vino che nascerà. Ogni degustatore che conosce questi dettagli può riconoscere nel calice non solo il vitigno, ma anche il paesaggio.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.

 

martedì 13 gennaio 2026

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Vitigni estinti o molto rari della Toscana

Affezionati lettori di VinoDegustando, buongiorno!

La Toscana non è soltanto Sangiovese o Vernaccia. Dietro i nomi celebri vive un patrimonio silenzioso, fatto di vitigni antichi, rari, spesso dimenticati, che oggi tornano a parlare grazie al lavoro di sparuti vignaioli appassionati e progetti di recupero mirati. Uve che custodiscono storie, identità e profumi unici, capaci di arricchire il panorama enologico italiano con sfumature preziose. In questo viaggio esploriamo sei protagonisti, sei anime diverse, unite da un filo comune, la volontà di resistere.

Canaiolo Bianco: la gentilezza dell’Italia centrale

Il Canaiolo Bianco, conosciuto anche come Drupeggio, è un vitigno antico dell’Italia centrale, oggi quasi scomparso. I suoi sinonimi – Caccione, Trupeccio – raccontano una lunga storia rurale, fatta di piccoli appezzamenti e tradizioni familiari. Produce vini di media struttura, con buona acidità e un profilo delicato: fiori bianchi, mela fresca e una tipica nota finale di mandorla.

Per secoli è stato usato in uvaggio, utile per dare freschezza e armonia a varietà più vigorose. Oggi sopravvive in Toscana, Umbria e Lazio, presente nelle DOC di Carmignano, Valdinievole e soprattutto nell’Orvieto, dove il Drupeggio è parte essenziale del blend. Alcuni produttori toscani stanno però riscoprendo il suo potenziale in purezza, ottenendo bianchi eleganti, sottili e sorprendentemente longevi.

Orpicchio: la reliquia che torna a vivere

Tra i vitigni abacca bianca più rari della Toscana, l’Orpicchio occupa un posto speciale. Per decenni è stato considerato una “varietà reliquia”, coltivata quasi solo nel Valdarno di Sopra e nel Casentino, con appena due ettari censiti nel 2019. Il grappolo è piccolo e compatto, gli acini hanno buccia sottile e maturano nella seconda metà di settembre.

Il vino che ne deriva è sorprendente: elegante, strutturato, minerale, con profumi di fiori bianchi, agrumi e una sapidità persistente. Grazie alla sua struttura, l’Orpicchio è uno dei pochi bianchi toscani capaci di evolvere nel tempo, mantenendo freschezza e tensione. Un vitigno che merita attenzione e che rappresenta una delle riscoperte più affascinanti degli ultimi anni.

Pugnitello: il pugno chiuso che conquista

Il Pugnitello, vitigno a bacca nera, riscoperto negli anni ’80 grazie all’Università di Firenze e all’azienda San Felice, deve il suo nome al grappolo compatto, simile a un pugno. Gli acini sono sferici, con buccia spessa e ricca di pruina. È un vitigno vigoroso ma poco fertile, motivo per cui fu abbandonato in passato.

Il vino è di grande carattere: rosso rubino intenso, profumi di frutti di bosco, sottobosco ed erbe, gusto fresco e sapido, con tannini decisi ma vellutati. La sua capacità di invecchiamento è notevole, e oggi molte cantine lo vinificano in purezza per esaltarne la personalità.

Foglia Tonda: la forza della tradizione

Il Foglia Tonda è un altro vitigno a bacca nera toscano rinato dopo un lungo oblio. Il nome deriva dalla forma perfettamente circolare della foglia. È coltivato nel senese, nel Casentino e nel Valdarno, dove richiede potature severe per contenere la sua grande vigoria.

Il vino è intenso e profondo: rubino scuro, aromi di violetta, frutti di bosco, prugna e terra bagnata. In bocca mostra struttura, acidità viva e tannini potenti ma eleganti. È ideale per affinamenti in legno o anfora, e sempre più produttori lo propongono in purezza per valorizzarne la forza espressiva.

Gorgottesco: il vitigno reliquia della Maremma

Il Gorgottesco è uno dei vitigni a bacca nera più rari della Toscana. Un tempo diffuso nella Maremma Senese, è stato quasi dimenticato fino a recenti progetti di recupero. Matura tardi, spesso dopo metà ottobre, e oggi sopravvive in pochissimi ettari.

Il vino è fresco, rubino brillante, con aromi di mora, prugna e note terrose. Al palato è agile, sostenuto da una buona acidità e da una struttura equilibrata. Una testimonianza preziosa della biodiversità toscana.

Barsaglina: la forza della Lunigiana

Chiudiamo con la Barsaglina, detta anche Massaretta, vitigno a bacca nera originario della Lunigiana e delle colline di Massa. Il grappolo è compatto, gli acini piccoli e scuri, la buccia spessa. Produce vini robusti, intensi, freschi, con tannini marcati e profumi vegetali e fruttati. Oggi è ammessa in Toscana e Liguria e parte di importanti progetti di salvaguardia.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.



sabato 10 gennaio 2026

Spumante Metodo Classico "Montecchi" Durello Pas Dosé 2013 - Bellaguardia

Buon we a tutti gli amici di VinoDegustando! 

Il protagonista di oggi è un altro vino assaggiato durante la Fiera dei Vini a Piacenza 2025, tenutasi dal 22 al 24 Novembre presso Piacenza Expo; terza edizione di questa bellissima manifestazione.

Nel cuore pulsante dei Monti Lessini, dove il vento accarezza vigne antiche e il suolo vulcanico custodisce segreti millenari, l’Azienda Bellaguardia coltiva con una visione enologica d’eccezione il vitigno Durello; in particolare, smette di essere una semplice uva, per trasformarsi nell’espressione più autentica di un terroir vivo. In questo scenario, la vite si fonde col paesaggio e ogni gesto agricolo riflette un profondo rispetto per una terra che esige dedizione, cura e sensibilità quotidiana. 

In questo contesto così ricco di storia e identità, Bellaguardia porta avanti una filosofia produttiva che valorizza sostenibilità, precisione e un approccio artigianale capace di esaltare la natura vulcanica dei Lessini. Ogni scelta agronomica diventa parte di un percorso che mira a preservare biodiversità, equilibrio e autenticità, elementi fondamentali per ottenere vini di carattere e lunga vita.

Quindi andremo a degustare lo Spumante Metodo Classico "Montecchi" Durello Pas Dosé nella versione del millesimo 2013; questo vino nasce dal progetto Montecchi, che per l'Azienda rappresenta la sintesi perfetta di questa filosofia produttiva. Si tratta di un Metodo Classico che incarna lo stile autoctono di Bellaguardia: un vino che rifiuta scorciatoie commerciali, affidandosi esclusivamente al tempo per svelare la propria identità. Ogni bottiglia diventa così un racconto sensoriale, un frammento della Lessinia, plasmato attraverso un lavoro rigoroso e una visione stilistica precisa.

Il vino nasce da uve Durella 100%, vendemmiate rigorosamente a mano in piccole cassette per preservarne l’integrità organolettica. I vigneti sorgono sulla sommità della collina che ospita i celebri castelli di Giulietta e Romeo, a un’altitudine di circa 270 metri s.l.m. Questa posizione privilegiata, caratterizzata da un suolo minerale unico e un'esposizione solare ideale, crea l'habitat perfetto per un vitigno che predilige la tensione e la verticalità.

A differenza di altre interpretazioni, in questa versione di Metodo Classico la fermentazione malolattica viene svolta interamente; questa scelta tecnica permette di conferire al vino un equilibrio superiore e una tessitura setosa, mitigando l'esuberante acidità tipica della Durella senza scalfirne la vibrante energia.

Il tratto distintivo del Montecchi è senza dubbio il suo lungo affinamento. Il vino riposa per almeno 66 mesi sui lieviti selezionati nelle silenziose cantine aziendali. Questo lungo letargo permette lo sviluppo di una complessità aromatica straordinaria e di un perlage elegante, mai invadente. Il tempo cessa di essere un limite e diventa un alleato prezioso, capace di modellare una struttura profonda e una trama gustativa armoniosa.

Ma ora facciamolo esprimere:

Alla vista il Montecchi si presenta con un giallo dorato carico e luminoso, segno della lunga evoluzione e della natura del vitigno. Le bollicine sono fini, delicate, non abbondanti, coerenti con un Metodo Classico che ha riposato a lungo e che privilegia eleganza e precisione.

Il profilo olfattivo è intenso e raffinato. Emergono note floreali di calendula e camomilla, seguite da una marcata impronta minerale che richiama il suolo vulcanico dei Lessini. Le sfumature solfuree, tipiche della Durella, si intrecciano con sentori agrumati di cedro candito e arancia, creando un bouquet complesso, profondo e perfettamente riconoscibile.

In bocca il vino è fresco, sapido, polposo, con una struttura piena e coerente con quanto percepito al naso. La tensione minerale guida il sorso, mentre la componente glicerica dona equilibrio e rotondità. La persistenza è lunga, nitida, con un finale che richiama le note floreali e minerali, lasciando una sensazione pulita, elegante e vibrante. 

Il Montecchi di Bellaguardia non è solo un vino, ma un'esperienza sensoriale memorabile che unisce territorio, tecnica e identità. È l'omaggio definitivo alla Lessinia e al suo vitigno più iconico. 

Vivissimi complimenti al produttore!

Buone degustazioni a tutti!

D.B.