sabato 3 gennaio 2026

Metodo Classico Pas Dosé "Sandrjolè" 2021 - Azienda Agricola Zatti

Buongiorno e ben ritrovati carissimi amici di VinoDegustando!

Oggi vi porto alla scoperta di uno Spumante Metodo Classico Pas Dosé che mi ha davvero colpito durante l’ultima edizione del FIVI, ospitata a BolognaFiere dal 15 al 17 novembre. Il protagonista è il “Sandrjolè” 2021, una cuvée raffinata prodotta dall’Azienda Agricola Zatti di Cavalgese della Riviera, nel cuore autentico della Valtènesi, territorio vocato della provincia di Brescia.

Groppello di Mocasina in purezza, una delle varietà più autentiche e identitarie della Valtènesi, qui vinificata in purezza per esprimere tutta la finezza del suo carattere territoriale. La vendemmia del 3 settembre 2021 ha consegnato uve perfettamente mature, raccolte esclusivamente a mano e adagiate in cassette per preservarne integrità e freschezza aromatica. Il vigneto affonda le radici in un terreno calcareo ricco di ciottoli, un suolo capace di garantire drenaggio ideale, mineralità e maturazioni lente. La gestione agronomica segue un approccio rispettoso e mirato: inerbimento dell’interfila per favorire biodiversità e stabilità del suolo, mentre sulla fila si interviene con lavorazioni meccaniche leggere per mantenere equilibrio vegeto‑produttivo. La densità d’impianto di 5000 ceppi per ettaro e il sistema di allevamento Guyot contribuiscono a una resa contenuta e a una qualità dell’uva elevatissima.

La produzione è volutamente limitata di sole 1500 bottiglie da 0,75 L, un numero che sottolinea l’artigianalità del progetto e la cura maniacale dedicata a ogni fase del processo.

La vinificazione segue un percorso rigoroso e delicato. Le uve vengono spremute sofficemente con pressa pneumatica, e solo il mosto fiore, la parte più pura e fine, viene destinato alla base spumante. La fermentazione, condotta per tre settimane a temperatura controllata, permette di preservare aromi primari e precisione gustativa. Terminata questa fase, il vino riposa per alcuni mesi sulle fecce nobili, acquisendo struttura, complessità e una tessitura più cremosa. Il tiraggio avviene utilizzando esclusivamente gli zuccheri del mosto della stessa uva, una scelta che rafforza coerenza aromatica e identità varietale. Segue una lunga sosta di 36 mesi sui lieviti, periodo durante il quale il vino sviluppa finezza, profondità e una bollicina elegante e persistente. Dopo la sboccatura non viene aggiunto alcun dosaggio: il rabbocco è effettuato con lo stesso vino, mantenendo un residuo zuccherino naturale di 1,5 g/L, frutto della sola fermentazione.

Ma ora .........ascoltiamolo!

Alla vista si presenta con un raffinato rosa antico, una tonalità buccia di cipolla tenue che anticipa finezza ed eleganza. Il colore, luminoso e delicato, richiama subito l’identità dei grandi rosati territoriali, quelli capaci di unire tradizione, precisione e carattere.

Il profilo olfattivo è intenso e coinvolgente. Si apre con fragoline di bosco, ribes e lamponi, seguiti da tocchi agrumati di pompelmo rosa e clementina che donano freschezza e verticalità. Le note floreali di rosa e calendula aggiungono grazia e profondità aromatica, mentre una scia di balsamicità e mineralità completa il quadro, regalando complessità e un’impronta territoriale netta. È un naso ricco, stratificato, capace di evolvere nel bicchiere e di raccontare la purezza del vitigno.

In bocca il vino conferma e amplifica le sensazioni percepite al naso. L’ingresso è freschissimo, con una sapidità vibrante e una struttura tesa, sostenuta da una piacevole componente glicerica che dona rotondità senza perdere slancio. La corrispondenza gusto‑olfattiva è impeccabile: ritornano i piccoli frutti rossi, gli agrumi e la mineralità che definisce il sorso. La persistenza è lunga, precisa, e si chiude con un finale caratterizzato da una marcata impronta minerale arricchita da una sottile e elegante nota di mandorla amara, tipica dei rosati più autentici e identitari.

Un vino che conquista per equilibrio, freschezza e profondità, perfetto per chi cerca uno Spumante Metodo Classico rosato capace di unire immediatezza e complessità, territorio e finezza.

Complimenti a Andrea Zatti per l'ottima interpretazione propost
a!

Buone degustazioni a tutti!

D.B.

giovedì 1 gennaio 2026

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Influenza dei suoli - argilla, calcare, sabbia, marne, scisti

 Benvenuti su VinoDegustando, è un vero piacere ritrovarvi qui!

Oggi vi porto dentro uno dei temi più affascinanti della viticoltura moderna e del mondo del vino di territorio: la terra, quella vera, quella che sostiene la vite giorno dopo giorno e ne guida carattere, identità ed espressività nel bicchiere. Parleremo di suoli viticoli, di radici profonde e di tutto ciò che, pur restando invisibile, determina in modo decisivo il profilo sensoriale, la struttura e la longevità del vino.

Argilla, calcare, sabbia, marne e scisti: cinque mondi diversi, cinque identità geologiche che modellano stile, aromi e capacità di invecchiamento. Sono elementi fondamentali del terroir, una realtà concreta che influenza ogni dettaglio organolettico del vino. Prendiamoci questo momento insieme: la terra ha molto da raccontare, e ogni vino è la sua voce più autentica.

Il suolo: la prima voce del terroir e della viticoltura

Il suolo è il primo pilastro del terroir e uno dei fattori più determinanti nella produzione di vini di alta qualità. Prima ancora del vitigno, del clima o della mano del produttore, è la terra a definire ritmo, energia, struttura e identità. Ogni suolo parla con un linguaggio diverso, e la vite risponde modulando vigore, maturazione, acidità e profilo aromatico.

Comprendere come argilla, calcare, sabbia, marne e scisti influenzano il vino significa leggere la geologia come una mappa sensoriale. È un viaggio che unisce scienza, storia e gusto, e spiega perché due vigne vicine possano generare vini profondamente diversi pur condividendo clima, esposizione e varietà. La terra imprime una firma unica e riconoscibile nel bicchiere.

Argilla: potenza, corpo e profondità

L’argilla è un suolo pesante, compatto e ricco di minerali, con un’elevata capacità di ritenzione idrica. La vite cresce con vigore moderato e sviluppa radici profonde. Il risultato è un’uva ricca di polifenoli, con bucce spesse e maturazione lenta.

I vini da suoli argillosi sono intensi, scuri, strutturati, con tannini fitti e corpo pieno. L’argilla dona forza, densità e volume. È il terreno ideale per rossi longevi come Sangiovese, Aglianico, Merlot e Nebbiolo. La trama gustativa è solida e profonda, coerente con la compattezza del suolo.

Calcare: eleganza, freschezza e verticalità

Il calcare è un suolo chiaro, povero e ricco di carbonato di calcio. Riflette luce e calore, favorendo una maturazione equilibrata. La vite produce poca uva, ma di qualità altissima.

I vini calcarei sono freschi, fini, verticali, con acidità viva e grande precisione aromatica. Il sorso è teso, slanciato, talvolta salino. È il terreno ideale per Pinot Noir, Chardonnay, Nebbiolo e molti bianchi minerali. La linearità e la tensione interna sono la loro firma.

Sabbia: finezza, profumi e tannini setosi

La sabbia è un suolo leggero, drenante e povero di nutrienti. La vite produce grappoli piccoli e concentrati negli aromi primari.

I vini sabbiosi sono profumati, delicati, eleganti, con tannini morbidi e setosi. La sabbia riduce la carica polifenolica, regalando rossi gentili e bianchi fragranti. È il suolo ideale per vitigni aromatici e per vini dalla grande purezza. Molte vigne prefillossera sopravvivono ancora oggi sulla sabbia, che ostacola naturalmente la fillossera.

Marne: equilibrio, complessità e armonia

Le marne, mix naturale di argilla e calcare, sono tra i suoli più nobili della viticoltura. Offrono un equilibrio perfetto tra nutrimento, drenaggio e gestione dello stress idrico.

I vini da marne sono complessi, profondi, armonici, con struttura e finezza in equilibrio. È il terreno dei grandi Barolo di La Morra, dei migliori Verdicchio e di molti vini alpini. La marna permette alla vite di esprimere un profilo completo, misurato e di grande eleganza.

Scisti: energia, calore e mineralità scura

Gli scisti sono rocce metamorfiche stratificate, ricche di microelementi e capaci di accumulare calore. Le radici penetrano tra le fratture alla ricerca di umidità.

I vini da scisti sono vibranti, intensi, energici, con mineralità scura e tensione elettrica. Il sorso è caldo, profondo, spesso affumicato. È il terreno ideale per Syrah, Riesling e molti rossi mediterranei di carattere.

Conclusione: il suolo come firma del vino

Argilla, calcare, sabbia, marne e scisti non sono semplici termini tecnici: sono identità geologiche che modellano la vite e il vino, creando stili e sensazioni uniche. Conoscerli significa leggere il territorio con occhi nuovi e riconoscere la voce profonda della terra da cui nasce ogni grande vino.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.

martedì 30 dicembre 2025

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Vitigni estinti o molto rari del Piemonte

Cari lettori e appassionati di vitigni rari e storie di territorio benvenuti su VinoDegustando!

Oggi vi accompagno in un viaggio affascinante tra le colline piemontesi, alla scoperta di alcuni vitigni storici estinti o quasi dimenticati, che custodiscono l’anima più autentica della nostra viticoltura; sono vitigni che parlano di montagne, tradizioni contadine, biodiversità e memoria agricola. Recuperarli significa dare nuova vita a un patrimonio prezioso, fatto di identità, resilienza e cultura.

Pronti a riscoprire ciò che il tempo aveva quasi cancellato?

Il Piemonte è noto per i suoi grandi vini, ma accanto ai vitigni celebri esiste un patrimonio nascosto fatto di uve rare, quasi estinte, che raccontano la storia più autentica della viticoltura alpina. Tra queste spiccano tre varietà affascinanti: Nebbiolo di Dronero, Bianchetta di Saluzzo e Rollo AnticoSono vitigni che un tempo popolavano le colline del Cuneese e delle valli torinesi, oggi sopravvissuti solo grazie alla passione di ricercatori e vignaioli. Riscoprirli significa dare voce alla biodiversità e recuperare un pezzo di identità piemontese.

Nebbiolo di Dronero: un rosso alpino dalla storia sorprendente

Il Nebbiolo di Dronero è un vitigno a bacca nera coltivato per secoli nelle valli del Cuneese, in particolare tra Dronero, la Valle Maira e la Valle Grana. Nonostante il nome, non è imparentato con il Nebbiolo classico: si tratta infatti del vitigno Chatus, originario dell’Ardèche francese e introdotto in Piemonte in epoca medievale. La sua storia è ricca di scambi culturali, migrazioni e adattamenti montani.

Il grappolo è compatto, l’acino scuro e la buccia ricca di pruina. È un vitigno rustico, capace di resistere al freddo e ai terreni poveri delle valli alpine. I vini ottenuti sono di colore rubino intenso, con profumi di ciliegia, piccoli frutti e leggere note erbacee. Al palato mostrano freschezza, tannino fine e una struttura agile, ideale per vini territoriali e per assemblaggi tradizionali. Oggi il Nebbiolo di Dronero è oggetto di un rinnovato interesse, grazie al suo carattere autentico e alla sua forte identità alpina.

Bianchetta di Saluzzo: un bianco raro dalle colline del Cuneese

La Bianchetta di Saluzzo è un vitigno bianco quasi scomparso, un tempo diffuso nelle colline attorno a Saluzzo, Revello e Pagno. Non va confuso con la Bianchetta Genovese o con la Bianchetta Trevigiana: si tratta di una varietà autonoma, parte della biodiversità minore piemontese.

Il grappolo è piccolo e spargolo, l’acino giallo‑verde e la buccia sottile. È un vitigno che ama i pendii freschi e ventilati, ma soffre le annate umide. I vini storici erano descritti come freschi, leggeri, floreali, con note di agrumi e mela verde. La Bianchetta di Saluzzo veniva spesso usata in assemblaggio per dare acidità e vivacità ai vini locali. Oggi sopravvive in pochi ceppi e in collezioni sperimentali, ma rappresenta un esempio prezioso di viticoltura antica, legata alla vita rurale del Cuneese.

Il suo recupero potrebbe offrire nuove opportunità per vini bianchi snelli, territoriali e coerenti con la crescente domanda di freschezza e autenticità.

Rollo Antico: un bianco perduto tra Piemonte e Liguria

Il Rollo Antico è un vitigno bianco quasi estinto, citato in documenti tra Ottocento e Novecento nelle zone tra Langhe meridionali, Val Bormida e aree interne della Liguria. Non va confuso con il Rollo ligure, sinonimo locale del Vermentino: il Rollo Antico è una varietà distinta, parte di un gruppo di uve bianche storiche oggi quasi scomparse.

Il grappolo è medio e spargolo, l’acino piccolo e la buccia sottile. È un vitigno rustico, capace di mantenere acidità anche in annate calde. I vini erano descritti come freschi, secchi, floreali, con note di erbe e agrumi. Era usato per vini quotidiani e per tagliare uve più morbide. La sua identità genetica non è ancora del tutto chiarita, ma sembra appartenere a un antico ceppo comune alle varietà bianche del Nord‑Ovest.

Un patrimonio da salvare

Nebbiolo di Dronero, Bianchetta di Saluzzo e Rollo Antico rappresentano tre storie diverse, unite da un filo comune: la biodiversità piemontese. Recuperare questi vitigni significa dare valore alla memoria agricola, creare vini unici e offrire nuove prospettive alla viticoltura di montagna. In un mercato che premia identità e autenticità, questi vitigni rari possono diventare una risorsa preziosa per il futuro del Piemonte.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.

 

sabato 27 dicembre 2025

Taurasi D.O.C.G. "Vigna Cinque Querce" 2008 - Salvatore Molettieri

Ben ritrovati su VinoDegustando!

Qui ogni bottiglia racconta una storia di territorio, tempo e passione, e dove ogni degustazione diventa un viaggio sensoriale capace di unire memoria, tecnica e identità. Il vino non è solo un prodotto, ma un racconto vivo che attraversa terroir, vigne, mani, stagioni e scelte consapevoli.

Oggi vi porto tra le vigne più alte e silenziose del Sud Italia, in un luogo dove l’Aglianico trova una delle sue espressioni più profonde e autorevoli. Siamo nel cuore dell’Irpinia, patria del Taurasi D.O.C.G., per ascoltare la voce intensa e stratificata di un vino che ha molto da dire: Vigna Cinque Querce 2008. Un rosso che non si limita a esprimere il vitigno, ma lo scolpisce nel tempo, tra legni nobili, altitudine, clima severo e una pazienza produttiva che oggi appare quasi eroica.

È un vino che parla di roccia, spezie, balsami e memoria. Un vino che non si racconta: si ascolta, si osserva, si attende. Ogni sorso è un frammento di territorio, un’eco di annate passate, un gesto di cura che diventa materia liquida.

Ottenuto da uve Aglianico in purezza, coltivate nella vigna che dà il nome al vino – Vigna Cinque Querce – situata a 500–550 metri s.l.m. con esposizione Sud-Est, questo rosso nasce su suoli argilloso‑calcarei, ricchi di minerali e capaci di donare struttura, tensione e longevità. L’impianto è a spalliera, con potatura Guyot e una densità di 2.500–3.000 ceppi per ettaro. Il vigneto ha un’età compresa tra 18 e 22 anni, con una resa media di 70 quintali di uva per ettaro, perfetta per garantire concentrazione e finezza.

La vendemmia manuale avviene in cassetta, tra l’inizio e la metà di novembre, quando l’Aglianico raggiunge la piena maturazione fenolica. La selezione è rigorosa, pensata per portare in cantina solo i grappoli migliori. La fermentazione alcolica si svolge in acciaio a temperatura controllata, così da preservare integrità aromatica e precisione. La maturazione prosegue per 48 mesi in barriques e botti grandi di rovere, un percorso lungo che permette al vino di distendersi, respirare e acquisire complessità. Infine, il vino affina in bottiglia per almeno 6 mesi prima della commercializzazione.

Ma ora a lui la parola.

Alla vista si presenta con un rosso granato vivo e luminoso, segno di una maturità importante ma ancora vitale, capace di raccontare il tempo senza cedere alla stanchezza.

Al naso è intenso, elegantissimo, quasi austero. Si apre con marasca sotto spirito, prugna disidratata, bacche di sambuco, poi arrivano spezie scure come pepe nero, noce moscata e chiodi di garofano. Emergono note di sottobosco, humus, cuoio, seguite da richiami minerali di grafite e da una sfumatura iniziale di goudron, tipica dei grandi rossi da lungo affinamento. Il tutto è avvolto da una balsamicità profonda, che dona respiro, ampiezza e un senso di verticalità aromatica.

In bocca è freschissimo, sapido, con un corpo imponente e tannini nobili, ancora in fase di integrazione ma già eleganti. La corrispondenza con il naso è impeccabile, con l’aggiunta di una nota netta di liquirizia nera. La persistenza è notevole, con un finale lungo sulle note balsamiche e minerali, che restano a lungo sul palato.

Nonostante i suoi 17 anni, questo Taurasi dimostra energia, struttura e un potenziale evolutivo ancora sorprendente. Ha bisogno di ulteriore affinamento e promette una vita lu
nga e affascinante.

Peccato fosse l’ultima bottiglia. Complimenti al produttore!

Buone degustazioni a tutti!

D.B.

giovedì 25 dicembre 2025

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Macerazioni estese nei vini bianchi e orange wines

Cari appassionati e curiosi del mondo del vino, benvenuti su VinoDegustando!

Oggi entriamo nel cuore di una delle tecniche più affascinanti e discusse della vinificazione contemporanea: le macerazioni estese nei vini bianchi e l’universo sempre più ricco degli orange wines. Un tema che unisce storia, ricerca e identità, e che sta ridefinendo il modo in cui interpretiamo l’uva, il tempo e la materia.

La macerazione estesa nei vini bianchi è una pratica antica che oggi vive una nuova fase di interesse grazie alla crescita degli orange wines e alla ricerca di vini più autentici. Questa tecnica, basata sul contatto prolungato tra mosto e bucce, modifica in modo profondo struttura, aromi e stabilità. Per molti produttori rappresenta un ritorno alle origini, mentre per gli appassionati è un modo per scoprire vini bianchi macerati ricchi di carattere e identità.

Cos’è la macerazione estesa nei vini bianchi

Nella vinificazione moderna i vini bianchi vengono quasi sempre prodotti senza bucce, per ottenere freschezza e profili puliti. La macerazione estesa ribalta questo schema: il mosto resta sulle bucce per ore, giorni o settimane, come avviene nei vini rossi. Questo processo permette l’estrazione di tannini, polifenoli, aromi e pigmenti che influenzano corpo, colore e longevità.

La durata della macerazione può variare da 12 ore fino a oltre 60 giorni e più, in base allo stile ricercato. Le uve più adatte sono quelle con buccia spessa e buona acidità, come Ribolla Gialla, Malvasia, Trebbiano, Garganega, Pinot Grigio e molte varietà antiche oggi rivalutate.

Perché la macerazione estesa è tornata attuale

Il ritorno dei vini bianchi macerati non è una moda passeggera. È la risposta a tre tendenze chiave del mercato:

  • Ricerca di autenticità: la macerazione sulle bucce esalta il carattere varietale e il legame con il territorio.
  • Riduzione degli interventi: la maggiore stabilità fenolica permette di limitare solfiti e chiarifiche.
  • Interesse per vini più complessi: consumatori e sommelier cercano vini materici, gastronomici e longevi.

Questi fattori hanno riportato in primo piano tecniche antiche come le fermentazioni spontanee, le anfore e le macerazioni lunghe in tini aperti.

Cosa accade durante la macerazione

La macerazione estesa attiva processi fisici e biochimici che trasformano il profilo del vino:

  • Estrazione fenolica: tannini e flavonoidi aumentano corpo, grip e longevità.
  • Maggiore struttura: il vino diventa più pieno, con sensazioni tattili simili ai rossi leggeri.
  • Evoluzione aromatica: emergono note di erbe, spezie, frutta secca, tè, miele e scorza.
  • Stabilità naturale: i composti estratti proteggono da ossidazioni e riduzioni.
  • Colore più intenso: il vino assume tonalità dorate, ramate o aranciate.

Il risultato è un vino più complesso, meno immediato, ma ricco di sfumature e capace di evolvere nel tempo.

Orange wines: identità e stile

Gli orange wines sono vini bianchi macerati con contatto prolungato sulle bucce, spesso vinificati con fermentazioni spontanee e affinamenti in legno grande, anfora o cemento. Il loro colore varia dal giallo intenso all’ambra, mentre il profilo sensoriale unisce freschezza, tannino e aromi evoluti.

Caratteristiche tipiche:

  • colore caldo e profondo
  • tannino fine e presente
  • aromi di frutta matura, erbe, resina, tè, miele
  • struttura ampia e finale asciutto
  • grande versatilità gastronomica

Sono vini che richiedono attenzione, ma offrono un’esperienza sensoriale unica.

Vantaggi e criticità della macerazione estesa

Vantaggi:

  • identità varietale più marcata
  • struttura solida e persistente
  • stabilità naturale
  • minor uso di additivi
  • stile distintivo e riconoscibile

Criticità:

  • rischio di ossidazioni se la gestione non è precisa
  • estrazioni eccessive che portan
    o a durezze
  • necessità di uve sane e raccolte al momento ideale
  • tempi di cantina più lunghi

La chiave è l’equilibrio: una macerazione ben gestita può dare vini straordinari, mentre un eccesso può compromettere finezza e bevibilità.

Quindi la macerazione estesa nei vini bianchi e la produzione di orange wines uniscono storia, tecnica e ricerca, offrendo vini intensi, longevi e profondamente legati al territorio. Per chi ama esplorare, sono un invito a scoprire un modo diverso di interpretare l’uva e il tempo.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.

martedì 23 dicembre 2025

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Vitigni Perduti - la storia dimenticata della viticoltura italiana e non solo

Buongiorno a tutti gli appassionati di vino, fedeli lettori di VinoDegustando!

Benvenuti tra le radici del tempo: oggi iniziamo un viaggio dedicato alla riscoperta dei vitigni antichi, varietà ormai scomparse o quasi, che un tempo popolavano il panorama italiano e internazionale. Nelle prossime settimane esploreremo le uve più rappresentative di diverse regioni italiane, per poi proseguire con quelle estere.

Nel vasto mosaico della viticoltura mondiale esiste un patrimonio silenzioso, fatto di uve che un tempo erano diffuse e oggi sopravvivono solo in pochi ceppi custoditi da ricercatori e appassionati. Parlare di vitigni perduti significa raccontare la memoria agricola del Paese, la biodiversità che rischiamo di perdere e il valore culturale che ancora oggi possiamo recuperare.

In un’epoca in cui il vino cerca autenticità, identità e sostenibilità, riscoprire queste varietà non è un gesto nostalgico: è una scelta strategica che guarda al futuro.

Cosa sono i vitigni perduti

Con “vitigni perduti” si indicano quelle uve non più coltivate o presenti in quantità così ridotte da non avere alcun ruolo produttivo. Molte sopravvivono solo in collezioni ampelografiche, in vecchi filari dimenticati o nei registri storici delle campagne italiane. Sono testimoni di un passato agricolo ricco, fatto di selezioni naturali, adattamenti locali e scelte contadine tramandate per generazioni.

Perché sono scomparsi

La scomparsa dei vitigni perduti non è mai casuale. Le cause principali sono:

  • La fillossera, che tra fine Ottocento e inizio Novecento ha cancellato interi patrimoni genetici. Molte uve non sono mai state reinnestate.

  • La bassa produttività, che ha portato all’abbandono delle varietà meno redditizie.

  • La standardizzazione del mercato, con l’avvento dei vitigni internazionali e la ricerca di produzioni più omogenee.

  • L’abbandono delle campagne, che ha disperso la memoria viticola di molte zone rurali.

  • La scarsa adattabilità ai nuovi sistemi di allevamento, che ha favorito la sostituzione di varietà locali con altre più moderne.

Vitigni perduti italiani: esempi emblematici

L’Italia custodisce una lunga lista di vitigni scomparsi o quasi estinti. Tra questi ci sono:

  • Raverusto (Trentino) – Citato nel Settecento, oggi sopravvive solo in collezioni sperimentali.

  • Uva della Madonna (Emilia‑Romagna) – Un tempo diffusa nei colli bolognesi, oggi quasi estinta.

  • Cornacchia (Marche) – Vitigno ottocentesco scomparso con la fillossera.

  • Uva Ruggine (Toscana) – Sparita tra fine Ottocento e inizio Novecento.

  • Bianchetta genovese antica (Liguria) – Da non confondere con la Bianchetta di oggi: questa variante storica è ormai perduta.

Vitigni perduti nel mondo

La perdita di biodiversità non riguarda solo l’Italia. Anche altri Paesi hanno visto scomparire o quasi, varietà storiche come:

  • Gouais Noir chiamato anche Gouget Noir (Francia) – Parente del Gouais Blanc, oggi estinto.

  • Mornen Noir (Francia) – Antico vitigno del Rodano, scomparso dopo la fillossera.

  • Alvarelhão Branco (Portogallo) – Variante bianca di un vitigno rosso ancora esistente.

Vitigni “resuscitati”: quando la biodiversità rinasce

Non tutti i vitigni abbandonati sono però destinati all’oblio. Alcuni sono stati recuperati grazie alla ricerca e alla passione di vignaioli lungimiranti. Tra i casi più noti:

  • Timorasso – Piemonte

  • Schioppettino – Friuli‑Venezia Giulia

  • Perricone – Sicilia

  • Nascetta – Piemonte

  • Recantina – Veneto

  • Cesanese – Lazio

Questi esempi dimostrano che la biodiversità può tornare a vivere quando territorio, ricerca e comunicazione lavorano insieme.

Riscoprire queste varietà significa:

  • valorizzare l’identità territoriale

  • arricchire la biodiversità genetica

  • offrire nuove opportunità enologiche

  • raccontare storie che il pubblico ama

  • proteggere un patrimonio culturale unico

In un mercato sempre più attento all’unicità, i vitigni perduti possono diventare un elemento distintivo per produttori, territori e comunicatori del vino.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.



sabato 20 dicembre 2025

Isola dei Nuraghi I.G.T. Rosso Syrah "Uttiu" 2014 - Tenute Rossini

Buon sabato e buon we a tutti gli amici del buon vino artigianale! 

Oggi su VinoDegustando vi parlerò di un vino assaggiato durante la mia visita a alla Fiera dei Vini a Piacenza 2025, tenutasi dal 22 al 24 Novembre presso Piacenza Expo; terza edizione di questa bellissima manifestazione che ha portato novità come il focus sulla mixology e il turismo enologico, oltre a fantastici vini locali. 

Il vino in questione è  l'Isola dei Nuraghi I.G.T. Rosso Syrah "Uttiu" nella fantastica espressione del millesimo 2014, prodotto da Tenute Rossini.

Syrah in purezza, frutto di un terroir unico e di una vinificazione artigianale, capace di raccontare la forza e la raffinatezza di questo vitigno internazionale.

Le
viti affondano le radici in un terreno calcareo misto a marne, arricchito da strati argillosi che donano equilibrio e complessità. Il sistema di allevamento a cordone speronato, con una densità di 5000 ceppi per ettaro, garantisce rese contenute (60–80 q.li/ha) e grappoli di qualità superiore.

La raccolta avviene tra settembre e ottobre, nel momento della perfetta maturazione fenolica. Ogni grappolo viene selezionato con cura per preservare aromi e concentrazione, dando vita a un vino che esprime al meglio il carattere del Syrah.

La fermentazione è spontanea, senza controllo della temperatura, a testimonianza di un approccio naturale e rispettoso delle caratteristiche del vitigno. L’invecchiamento in barriques regala al vino struttura, morbidezza e note speziate che si intrecciano con la freschezza fruttata tipica del Syrah.

Ma ora diamo la parola a lui:

Alla vista si presenta con un colore rosso granato carico, profondo e luminoso.

Al naso è intenso ed elegantissimo, con sfumature balsamiche e ricchi sentori di marasca maturabacche di mirto e ginepro. Seguono note terrose di humus, accenni di cioccolato mentolato, e un ventaglio di spezie che richiama noce moscata, chiodi di garofano e pepe nero. La complessità si arricchisce di mineralità di grafite e di un iniziale e intrigante accenno di goudron.

Al palato è freschissimo, sapido e polposo, con una struttura armoniosa e una trama tannica importante ma nobile. La persistenza è notevole, con un finale che si imprime sulle note balsamiche, minerali e speziate, regalando un’impressione di grande eleganza e profondità.

Chapeau!

Da abbinarsi a piatti robusti e speziati, in particolare carni rosse, salumi saporiti, formaggi stagionati o piatti al forno.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.

giovedì 18 dicembre 2025

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Tecniche di macerazione: carbonica, lunga, a freddo — effetti su colore e tannini

 Amici wine lovers bentornati su VinoDegustando!

La macerazione è una fase cruciale della vinificazione, in cui le bucce dell’uva restano a contatto con il mosto per estrarre colore, tannini e sostanze aromatiche. La scelta della tecnica influenza profondamente lo stile del vino, determinando la sua struttura, la sua intensità cromatica e la sua capacità di evoluzione nel tempo.

In questo articolo analizziamo tre approcci distinti: macerazione carbonica, macerazione lunga e macerazione a freddo, valutando i loro effetti su colore e tannini.

Macerazione carbonica

La macerazione carbonica è una tecnica resa celebre dal Beaujolais Nouveau francese e dal vino novello italiano. Consiste nell’inserire grappoli interi in un ambiente saturo di anidride carbonica, senza pigiatura iniziale. All’interno degli acini avviene una fermentazione intracellulare, che trasforma gli zuccheri in alcol e produce aromi particolarmente fruttati.

Effetti su colore e tannini

  • Colore: i vini ottenuti hanno tonalità vivaci ma poco stabili, con rossi brillanti che tendono a evolvere rapidamente.
  • Tannini: la macerazione carbonica estrae pochi tannini, dando vini morbidi, leggeri e poco strutturati.
  • Profilo sensoriale: prevalgono aromi di frutta fresca (fragola, lampone, banana), con una bevibilità immediata ma scarsa longevità.

Questa tecnica è ideale per vini da consumo rapido, pensati per esprimere freschezza e immediatezza piuttosto che complessità o capacità di invecchiamento.

Macerazione lunga

La macerazione lunga è la tecnica tradizionale dei grandi rossi da invecchiamento. Prevede un contatto prolungato tra bucce e mosto, che può durare settimane, spesso con cappello sommerso o rimontaggi frequenti.

Effetti su colore e tannini

  • Colore: si ottengono vini con tonalità intense e stabili, grazie all’estrazione completa di antociani e alla loro interazione con i tannini.
  • Tannini: la lunga macerazione favorisce la polimerizzazione dei tannini, rendendoli più complessi e capaci di sostenere l’invecchiamento.
  • Profilo sensoriale: vini strutturati, con corpo pieno, note speziate e grande potenziale evolutivo.

È la tecnica tipica di vitigni come Nebbiolo, Sangiovese o Cabernet Sauvignon, dove la ricchezza tannica diventa un elemento di forza e di identità.

Macerazione a freddo

La macerazione a freddo, o criomascerazione, consiste nel mantenere il mosto a contatto con le bucce a temperature inferiori ai 10°C, prima dell’inizio della fermentazione. L’obiettivo è estrarre aromi e colore senza favorire l’estrazione eccessiva di tannini.

Effetti su colore e tannini

  • Colore: si ottengono vini con colori brillanti e intensi, grazie alla solubilità degli antociani a basse temperature.
  • Tannini: l’estrazione è limitata, per cui i vini risultano più morbidi e meno aggressivi.
  • Profilo sensoriale: vini freschi, aromatici, con note fruttate e floreali, adatti a un consumo relativamente giovane.

Questa tecnica è molto utilizzata per valorizzare vitigni aromatici o per produrre rossi di medio corpo, dove la piacevolezza immediata è prioritaria rispetto alla longevità.

Tabella comparativa

Tecnica

Colore

Tannini

Stile del vino

Carbonica

 Vivace, poco stabile

  Pochi, morbidi

Fresco, fruttato, da pronta beva

Lunga

 Intenso, stabile

 Ricchi, complessi

Strutturato, longevo

A freddo

 Brillante, aromatico

Moderati, vellutati

Giovane, fragrante, elegante

Quindi la scelta della tecnica di macerazione dipende dagli obiettivi enologici e dal vitigno.

  • La macerazione carbonica è perfetta per vini giovani e conviviali.
  • La macerazione lunga è indispensabile per rossi da invecchiamento, capaci di raccontare il territorio con profondità.
  • La macerazione a freddo rappresenta un compromesso moderno, che esalta aromi e colore senza eccessiva durezza tannica.

In definitiva, ogni tecnica è uno strumento nelle mani dell’enologo: ciò che conta è la capacità di armonizzare colore e tannini con lo stile desiderato, rispettando l’identità del vitigno e del terroir.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.



martedì 16 dicembre 2025

Rubrica "Approfondimenti Tecnici" di VinoDegustando: Le Anfore, contenitori alternativi di oggi provenienti dal passato

 Benvenuti su VinoDegustando!

Oggi vi accompagniamo in un viaggio tra storia e innovazione, riscoprendo l’anfora come simbolo millenario della vinificazione, ponte autentico tra passato e presente.

L’anfora è uno dei simboli più antichi della vinificazione. Le civiltà mediterranee – dagli etruschi ai romani, passando per i greci – utilizzavano recipienti in terracotta per fermentare, conservare e trasportare il vino. In Georgia, patria della viticoltura, le qvevri venivano interrate per vinificare con le bucce, dando vita a vini intensi, ossidativi e longevi. Questo metodo, tramandato per millenni, rappresenta una delle forme più pure di vinificazione naturale, ancora oggi riconosciuta come patrimonio culturale dall’UNESCO.

Dall’anfora alla botte

Con il Medioevo, l’anfora cedette il passo alle botti in legno, più pratiche e capaci di influenzare il vino con aromi e tannini. Tuttavia, in alcune zone rurali, l’uso dell’anfora non scomparve del tutto. In Georgia e nel Mediterraneo, rimase viva come custode di tradizioni e tecniche ancestrali. Il legno introdusse nuove possibilità: affinamento, aromi speziati e maggiore resistenza. Ma la terracotta conservò un fascino unico, legato alla sua neutralità e alla capacità di esprimere la purezza del frutto.

Rinascita moderna

Negli ultimi decenni, l’anfora è tornata protagonista. Molti produttori artigianali e cantine innovative l’hanno riscoperta per le sue qualità uniche:

  • Microossigenazione naturale: la porosità della terracotta consente uno scambio lento e costante con l’ossigeno, simile al legno ma senza cedere aromi.
  • Neutralità aromatica: l’anfora non altera il profilo del vino, esaltando la purezza del vitigno e del territorio.
  • Sostenibilità: l’uso di materiali naturali e la possibilità di interrare le anfore riducono l’impatto ambientale.
  • Valore narrativo: il richiamo a una pratica millenaria aggiunge fascino e autenticità al racconto del vino.

Questa rinascita si inserisce nel movimento dei vini naturali, dove trasparenza e rispetto del territorio sono valori centrali. L’anfora diventa così un simbolo di autenticità e di ritorno alle origini.

Profili sensoriali

I vini in anfora si distinguono per:

  • Struttura e freschezza: grazie alla microossigenazione controllata.
  • Note minerali e complesse: spesso più intense rispetto ai vini in acciaio o legno.
  • Identità territoriale: l’anfora diventa un mezzo per esprimere la tipicità del vitigno senza interferenze.

Molti vini in anfora presentano una texture particolare, con tannini più levigati e una sensazione tattile che richiama la materia viva della terracotta. Non è raro trovare descrizioni che parlano di “energia” e “vitalità” nel calice.

Tra passato e futuro

Oggi, l’anfora è simbolo di un ritorno alle origini e di una nuova visione enologica. In Italia, molte cantine la utilizzano per creare vini autentici, eleganti e profondi. Il vino in anfora è diventato una categoria riconosciuta e apprezzata. La scelta dell’anfora non è solo tecnica, ma anche comunicativa: racconta un legame con la terra, con la storia e con la sostenibilità. Per il consumatore moderno, attento all’ambiente e alla qualità, rappresenta un segno di coerenza e responsabilità.

Nelle foto dell’articolo, il confronto tra qvevri georgiane e anfore italiane contemporanee evidenzia:

  • la forma tondeggiante e interrata delle qvevri, pensata per la vinificazione in profondità;
  • la linea slanciata ed elegante delle anfore moderne, spesso dotate di supporti e coperchi, usate per esaltare la purezza varietale.

Queste immagini raccontano visivamente il ponte tra passato e presente, rendendo immediata la percezione delle differenze e delle continuità.

Quindi possiamo concludere affermando che l’anfora non è solo un contenitore, ma rapporesenta un ponte tra epoche, un simbolo di autenticità e sperimentazione. Nel calice, il vino in anfora racconta una storia di continuità, cultura e innovazione. Per chi cerca vini veri, territoriali e ricchi di significato, l’anfora rappresenta una scelta consapevole e affascinante. La sua rinascita dimostra come la tradizione possa dialogare con la modernità, offrendo al mondo del vino nuove prospettive e un linguaggio che unisce memoria e futuro.

Buone degustazioni a tutti!

D.B.