Buongiorno e buon Ferragosto a tutti voi, carissimi e affezionati lettori di VinoDegustando!
Ferragosto è sempre un giorno speciale. Le tavole
si riempiono, i profumi della griglia si alzano nell’aria e il calice diventa
il compagno ideale di un pranzo che unisce famiglia, amici e tradizione. Anche
quest’anno, qui su VinoDegustando, abbiamo deciso di celebrare con un
vino simbolo del Piemonte: sua maestà il Barolo D.O.C.G.
Essendo in villeggiatura, la scelta
dell’etichetta è avvenuta in modo semplice e spontaneo: una visita al
supermercato, uno sguardo agli scaffali, e la curiosità che ci ha portato verso
il Barolo D.O.C.G. 2018 della Cantina Sociale di Castel Boglione. Una
realtà per me del tutto nuova, mai incontrata prima. Proprio per questo, la
bottiglia è finita nel carrello: quando si parla di vino, la curiosità è spesso
il primo passo verso una scoperta.
Il vino nasce da Nebbiolo 100%, coltivato
su terreni argilloso‑calcarei nel cuore della Denominazione Barolo
D.O.C.G.. I vigneti sono impiantati tra i 250 e i 400 metri, con esposizione
Sud‑Ovest, allevati a Guyot piemontese e con una densità di 4.000–4.500
ceppi per ettaro. Una carta d’identità che, sulla teoria, promette
struttura, eleganza e profondità.
Il Nebbiolo è un vitigno esigente, che ama i
suoli ricchi di calcare e luce piena. In queste
condizioni sviluppa tannini nobili, profumi complessi e una trama acida che
sostiene la longevità. Per questo, ogni Barolo porta con sé una parte del suo
territorio: un equilibrio tra forza, finezza e tradizione.
Nel calice il vino si presenta rosso granato,
luminoso e brillante, con unghia aranciata che indica già una certa
evoluzione. È un colore classico, tipico dei Nebbiolo che iniziano a maturare,
e lascia presagire finezza e complessità.
Il naso è, senza dubbio, la parte migliore di
questo Barolo.
Intenso, elegante, ben definito, con una gamma
aromatica abbastanza ampia e armonica: marasca sotto spirito, pepe
nero e noce moscata, poutpurri di fiori secchi, note
terrose di sottobosco, bacche di sambuco, castagne appese,
che richiamano quelle dei tradizionali firùn lombardi.
Un bouquet che ricorda la classicità del
Nebbiolo, con una profondità aromatica degna della denominazione. È un naso che
conquista, che seduce, che promette un sorso di grande livello.
Ma è qui che il vino cambia registro.
In bocca è sapido, coerente con il naso,
ma risulta squilibrato. L’alcol è eccessivo e non trova sostegno
né nel corpo né nell’acidità, di cui è carente. Questa mancanza di
freschezza lo rende corto, privo di quella tensione che è l’anima del
Nebbiolo.
Il finale insiste sulle note terrose e speziate,
ma senza progressione, senza profondità, senza quella eleganza che ci si
aspetterebbe da un vino nato in una zona così prestigiosa.
Le aspettative erano alte, inutile negarlo. Il
naso prometteva un vino di grande eleganza, perfettamente in linea con le
caratteristiche di questa denominazione. Ma la bocca non ha confermato la
promessa: manca equilibrio, manca slancio, manca quella acidità che sostiene la
struttura e dona vita al sorso.
È un vino che profuma da Barolo, ma che all'assaggio non
parla da Barolo.
Resta comunque un’esperienza interessante, perché
ci ricorda una verità fondamentale: il vino è vivo, cambia, sorprende, talvolta
delude, ma proprio per questo continua ad affascinare.
Buone degustazioni a tutti!
D.B.

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