Buongiorno! Oggi desidero affascinarvi con un tema prezioso per veri cultori del magnifico “Nettare di Bacco”, come voi cari e appassionati amici di VinoDegustando.
Prima che la fillossera devastasse i vigneti europei nella seconda metà
dell’Ottocento, l’Italia vantava una viticoltura ricchissima, variegata e profondamente legata ai territori. Era un mondo di ceppi antichi, pratiche contadine tramandate di generazione in generazione, varietà locali oggi scomparse o dimenticate. La fillossera, un minuscolo afide originario del Nord America, arrivò in Europa attorno al 1860 e in Italia qualche decennio dopo, causando una crisi senza precedenti. Ma cosa c’era prima? Quali erano le caratteristiche della viticoltura italiana pre-fillossera?
La vite era coltivata ovunque: dalle Alpi alle isole, passando per le colline centrali e le pianure fluviali. Ogni regione aveva i suoi vitigni, spesso non catalogati, conosciuti solo dai vignaioli locali. Il concetto di vitigno autoctono non era ancora formalizzato, ma la biodiversità era reale e tangibile. In Piemonte si coltivavano varietà come la Slarina, il Bianver, il Quagliano; in Toscana il Barsaglina e il Colombana; in Sicilia il Vitrarolo e il Cutrera. Molti di questi nomi oggi suonano esotici, ma erano parte integrante del paesaggio agricolo.
I sistemi di allevamento erano rustici e adattati al territorio. In molte zone si utilizzava la vite maritata, legata agli alberi da frutto, soprattutto nei campi misti. In altre si preferivano pergole, alberelli o impianti a ceppo singolo. La densità era spesso bassa, con sesti d’impianto ampi che permettevano alle piante di svilupparsi con vigore. Le viti erano innestate raramente: si propagavano per talea o propaggine, mantenendo una forte identità genetica locale.
La vinificazione era semplice, spesso fatta in casa o in piccole cantine. I tini erano di legno, le fermentazioni spontanee, i travasi manuali. Non esistevano lieviti selezionati, né controlli di temperatura. Il vino era un prodotto vivo, mutevole, legato all’annata e alla mano del vignaiolo. I rossi erano spesso tannici e rustici, i bianchi ossidativi e intensi. Il concetto di fine wine non esisteva: il vino era alimento, cultura, economia.
La fillossera cambiò tutto. Introdotta accidentalmente con la vite americana, si diffuse rapidamente, attaccando le radici delle viti europee e portandole alla morte. In Italia, le prime segnalazioni risalgono agli anni ’70 dell’Ottocento, con focolai in Toscana e poi in Piemonte. La reazione fu lenta, confusa, spesso inefficace. Molti contadini non capivano la causa del problema e cercavano soluzioni empiriche: inondazioni dei campi, trattamenti con solfuro, espianti massicci.
La soluzione arrivò con l’innesto su vite americana, resistente alla fillossera. Ma questo comportò una rivoluzione genetica: milioni di ceppi vennero sostituiti, e con loro scomparvero varietà locali, cloni storici, equilibri agronomici. La viticoltura italiana post-fillossera fu più standardizzata, più tecnica, ma anche più povera dal punto di vista della biodiversità.
Oggi, grazie al lavoro di ricercatori, fondazioni e vignaioli appassionati, stiamo riscoprendo quel patrimonio perduto. I vitigni pre-fillossera sono oggetto di studio, recupero e valorizzazione. Alcuni esempi emblematici sono il vigneto pre-fillossera di Castelvenere in Campania, quello dell’Etna coltivato da Firriato, o le micro-parcelle storiche in Valtellina e Val d’Isarco. Questi vigneti, spesso centenari, sono veri musei viventi, testimoni di un’epoca in cui la vite era parte integrante della cultura rurale.
La viticoltura pre-fillossera ci insegna il valore della diversità, della resilienza, della connessione profonda tra uomo e territorio. Recuperare quei vitigni non è solo un atto di nostalgia, ma una scelta strategica per il futuro: in un mondo minacciato dal cambiamento climatico, dalla globalizzazione e dalla perdita di identità, le varietà storiche possono offrire soluzioni agronomiche, profili aromatici unici e storie da raccontare.
In conclusione, la viticoltura italiana prima della fillossera era un mosaico di saperi, paesaggi e sapori. Un patrimonio che merita di essere riscoperto, studiato e protetto. Ogni ceppo antico, ogni grappolo dimenticato, ogni vino rustico è una pagina di storia che possiamo ancora leggere, se abbiamo la pazienza di ascoltare la terra.
Buone degustazioni a tutti!
D.B.

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